Emma Amiconi, ricercatrice e consulente di aziende, PA e mondo civico, esperta di tematiche di cittadinanza attiva, è Presidente di FONDACA, fondazione per la cittadinanza attiva, appunto. Vari ed interessantissimi i suoi interventi e le iniziative della fondazione, finalizzati a osservare, attraverso la cittadinanza, “le trasformazioni nelle società contemporanee e nei sistemi democratici”.

A lei, ricercatrice esperta, non solo teorica, ma quanto mai “praticante” ed attiva, Km0 ha rivolto alcune domande per un focus sulla tematica del numero.
Chiariamo innanzitutto: cosa sono i “costi sociali”?
La definizione di costo sociale nasce in ambito strettamente economico, quando nei primi anni ’60 si cominciò a sollevare la questione degli eventuali danni non risarcibili o indennizzabili monetariamente, arrecati a singoli individui o alla collettività, penalizzati dallo svolgimento di un’attività economica.
Si può citare il costo sociale del gioco d’azzardo o quello del fumo passivo, ma, in senso più lato possiamo parlare di costi sociali facendo riferimento a quei costi non contabilizzati (es. disoccupazione, mancato accesso ai servizi sanitari, ecc.) o non contabilizzabili (es. la qualità della vita) derivanti dal primato del paradigma del mercato nella vita pubblica.
Come si valutano, in una comunità più o meno larga, i costi sociali?
Le esperienze più interessanti a mio avviso sono quelle in cui gli stessi cittadini, coadiuvati da saperi tecnici, intervengono facendo valere il proprio punto di osservazione e valorizzando la loro conoscenza della realtà e la loro capacità di valutazione di ciò che li investe direttamente. Dare la parola ai cittadini non è mai una cattiva idea.
Del resto, anche le pubbliche amministrazioni e le istituzioni praticano – in alcuni casi – forme di controllo e di misurazione. Salvo, poi, consentire il gioco d’azzardo, che oltre ai numerosi costi diretti e indiretti che gravano sulle famiglie e sulla collettività, provoca un costo sociale di grande portata e di difficile gestione.
Dato che essi derivano da attività che devono portare guadagni, in un sistema economico che consente a pochi di accumulare benefici economici e, di contro, distribuisce i “danni”, esiste o può esistere una formula che li riduca?
Certo, bisogna cambiare l’ordine delle priorità, contrastando proprio l’idea che i costi sociali non sono un costo. Non vedo altre strade che questa per avviare forme di cambiamento reale nei comportamenti.
Dal punto di vista di una ricercatrice e consulente di aziende, PA e mondo civico, esperta di tematiche di cittadinanza attiva, quanto i cittadini sono consapevoli dei costi sociali che “pagano” e quanto “cittadini consapevoli” possono incidere sulla loro riduzione?
I cittadini sono senza dubbio consapevoli perché li sperimentano direttamente. E possono incidere sulla loro riduzione se si organizzano e si mobilitano. Lo dimostrano le iniziative civiche nei servizi pubblici, nella cura del territorio, nella difesa dell’ambiente, attraverso iniziative come il monitoraggio civico della sicurezza degli edifici scolastici o della raccolta differenziata dei rifiuti, solo per fare due esempi.
Nelle grandi città, come nei centri di dimensioni più piccole c’è un gran numero di esperienze, anche informali, nate attorno alle tematiche della qualità della vita e dei servizi. In questo contesto molta importanza riveste la diffusione di informazioni e di notizie, sia tramite i social che attraverso i media tradizionali.
Fuori dal fenomeno delle fake news che creano confusione e allarmismo inutile, sempre più spesso vediamo che sono gli stessi cittadini a farsi parte attiva e consapevole. Infine, è anche grazie alle pressioni dei movimenti civici che sono nate e si sono diffuse, a livello mondiale, le pratiche di CSR – Corporate Social Responsibility.
Oggi molte aziende, tra l’altro, misurano il carbon footprint, ovvero l’impronta lasciata nell’aria dalle proprie produzioni, e lo misurano per ridurre progressivamente il danno ambientale (e sociale!), tramite la pratica di scelte e di comportamenti virtuosi, rispettosi degli standard e delle esigenze delle comunità e del pianeta.
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