Noi, palesi di terre lontane…

di Gianna Larosa

“Mia cara Palo del Colle…

Ti scrivo una lettera che in realtà avrei voluto scriverti da tempo, ma come ben sai per valutare al meglio le situazioni bisogna attendere il giusto distacco, in modo che l’emotività del momento non ne influenzi minimamente il contenuto. Ci tenevo a dirti che ti riconosco come il mio paese, così come tu mi hai riconosciuta come tua cittadina, diventando quel ponte tra l’impossibile ed il possibile. 

Berat – Albania

Sono arrivata da te nel 2004 insieme a mio padre, mio fratello e mia sorella, mentre mia madre ci raggiunse in seguito. Avevo diciassette anni e diciassettemila sogni, interrotti a causa del regime comunista albanese dal quale fuggivamo.

Non ti nascondo che l’inizio con te è stato difficile. Soffrivo per mio padre che restava chiuso in casa perché in giro si diceva che la polizia lo avrebbe maltrattato, soffrivo la mancanza di fiducia, il guardarci come fossimo extraterrestri. 

Non uscivamo, io e mia sorella per i primi due anni abbiamo vissuto la nostra vita tra scuola e casa, senza amici, senza svaghi e senza distrazioni. A scuola c’era tanta diffidenza per via dei nostri voti molto alti, i compagni dicevano che erano falsi, ma in Albania la valutazione scolastica avviene in modo diverso. 

Materie come la fisica e la chimica si studiano molto prima rispetto a qui, ed anche questo era considerato strano.

Venivamo spesso giudicati per il modo di vestire, non usavamo le firme che per alcuni sembravano essere elemento essenziale per essere accettati. 

Per mio fratello è stato più facile perché era piccolo e tra bambini si è subito amici indipendentemente dal posto in cui sei nato. Lui non conosceva l’italiano e stava imparando perfettamente il dialetto palese!

Poi grazie all’aiuto di insegnanti bravissime e grazie al forte sentimento di accoglienza della tua gente, siamo riuscite ad integrarci, a farci conoscere, a diventare parte della tua comunità.

Oggi ci sentiamo palesi, senza dimenticare mai la nostra terra che continuiamo a rispettare nelle sue tradizioni, frequentando altre persone con storie come la nostra, di gente che è stata costretta a distacchi dolorosi, alla ricerca di una vita lontana dai regimi. 

Anche Camille ha trovato in te quella terra fertile per una vita che avrebbe forse voluto realizzare nella sua Beirut, se non fosse stato per la guerra che ha reso irraggiungibili tutti gli obiettivi di un ragazzo di appena 19 anni. 

Beirut – Libano

Ha studiato l’italiano per 2 mesi presso l’Ambasciata Italiana in Libano, ha sostenuto l’esame di ammissione all’università leggendo un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno ed oggi è un ingegnere elettrico, marito e padre di tre ragazzi.

Mia cara Palo, ti dovevo tutto questo per una riconoscenza quasi inconscia, che mi fa emozionare ancora oggi quando dalla strada scorgo il campanile tuo, che sento fortemente anche mio”.

Questo scritto è una forma narrativa per raccontare due storie di accoglienza, ma il sentimento di appartenenza che ho sentito nelle loro parole mi fa pensare che l’avrebbero scritta davvero.

Ringrazio Paci e Camille per i loro racconti.

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