Dal castello alla muraglia

di Leonardo Giovanniello

Nel febbraio scorso il numero di Kilometro0 aveva affrontato il diritto alla città parlando dello spazio urbano, un tema tanto importante quanto sottostimato. Nel numero attuale torniamo indietro nel tempo e affrontiamo la tematica di come si è sviluppato questo spazio nei secoli. 

Fondamentale è il lavoro dell’avvocato Giovanni Lanzellotto che in questi anni si è preso l’onere (sperando che nel futuro gli sarà riconosciuto l’onore) di un lavoro di disvelamento della memoria storica. Nei due incontri organizzati dalla Libera Università Domenico Guaccero si è potuto comprendere l’enorme lavoro storiografico il cui scopo «è quello di ricostruire la storia del borgo di Palo e dei suoi abitanti nel corso dei secoli. Un impegno faticoso portato avanti sui documenti di archivio. È un gesto d’amore per il mio paese» 

Due sono le fonti storiche principali per ricostruire l’evoluzione dell’urbanistica palese. Il catasto onciario del 1752, che si trova nell’Archivio Storico di Napoli, unitamente ad altri allegati come il registro delle anime tenuto dal parroco della Chiesa Matrice e le rivele cioè le dichiarazioni dei redditi dell’epoca. La seconda, presso l’Archivio di Stato di Bari, sono 827 volumi dei notai che hanno stipulato nel nostro comune dalla metà del XV secolo alla fine del XI, ad oggi lo storico palese ha analizzato i primi 420. 

Ma il punto di inizio storico dei lavori di Lanzellotto è ancora più retrodatato, grazie ad alcune pergamene conservate nell’abbazia di Montevergine nell’avellinese è stato possibile partire dal 1157 quando Palum (nome latino per identificare il nostro paese) era un semplice aggregato di case indicato come Locus Pali. Quattordici anni dopo i documenti storici dell’abbazia indicano un cambio di tipizzazione del villaggio: Castellum Pali.  

Questo cambio da Locus a Castellum indica che lo stesso luogo adesso era diventato un insediamento dotato di mura, e di conseguenza anche di porte per accedere, ma non di un castello ci tiene a precisare lo storico, per quello occorrerà attendere un altro secolo. Il cavaliere feudatario di Palo, Amerigo Savarini, nel periodo svevo, era il committente nella costruzione del castello, ultimato nel 1255. Aveva un fossato ed un ponte in pietra, il nucleo centrale del castello attorniato agli angoli da quattro torri quadrate. Anche gli interni del castello erano descritti, permettendo in un futuro di immaginare la costruzione di un plastico. La presenza del castello e del fossato rendeva Largo della Croce un luogo aperto ma molto più piccolo dell’attuale Piazza Santa Croce. 

Lo storico corre nel raccontare, attraversa i secoli, ma il cronista preferisce fermarsi e ammirare questo borgo assurto a dignità di paese fortificato. Occorre immaginare di percorrere la cinta muraria che circondavano la Terra Vecchia (così era denominata l’agglomerato di case, larghi e viuzze racchiuse di epoca medioevale).  

Partiamo dalla (prima) Porta della Croce, posta tra la Chiesa Matrice e una delle torri angolari (dove adesso è il Palazzo del Principe), usciamo fuori dalle mura lasciando la Piazza Vecchia, la prima piazza di aggregazione di mercato del popolo di Palo, e scendiamo la Strada del Lago (corso Garibaldi), le mura continuano per la Strada del Molini (via Umberto I). 

Ma noi proseguiamo per la strada del lago, siamo fuori dalla terra vecchia e ci troviamo nel Borgo o Suburbio, troviamo altre abitazioni che sostituiscono le mura. I notai sono precisi quando dovevano indicare nei loro atti un fabbricato distinguendo il nucleo storico con le abitazioni che ne erano fuori. Per questo gli atti notarili per individuare i fabbricati procedevano con una descrizione e indicando anche i relativi confini di proprietà, all’epoca non c’era una numerazione delle abitazioni solo nei primi decenni dell’Ottocento iniziò la numerazione. Quasi tutto corso Garibaldi era nel borgo e qui troviamo in fondo alla discesa la (seconda) Porta del Lago.  

Adesso risaliamo velocemente, ritorniamo sui nostri passi e percorriamo la strada dei mulini dove troviamo la (terza) Porta Reale. Questa porta nel corso dei secoli viene spostata, originariamente era posta sulla via dei mulini (all’altezza dell’attuale via Petrarca) poi in virtù dell’espansione urbanistica se ne allontana all’altezza del Palazzo Sangirardi (attualmente Mininni, all’inizia di via Porta Reale). 

Ma noi evitando di distrarci dal susseguirsi dei secoli di storia ascoltiamo quanto ci ricorda lo storico: «Su via Cairoli (antica strada S. Giovanni) allo sbocco con piazza Dante (S. Rocco), c’è l’ultima residua presenza della fortificazione normanna della Terra antica, un moncone di torre di cinta circolare, che è giunta ai giorni nostri». Adesso stiamo per raggiungere la (quarta) Porta Madonna o Ruvo. Inizialmente la porta si trovava tra l’altro torrione del castello e la Chiesa del Purgatorio. Da ricordare come la Madonna che attualmente è posta in una nicchia esterna della chiesa Purgatorio, lato via Cavour, una volta si trovava sulla porta. Successivamente, per le stesse ragioni di porta Reale viene spostata di un centinaio di metri (all’inizio di via XXIV Maggio) e quindi vicino alla Chiesa di San Rocco, altro nome che si aggiunge nel tempo per indicare la porta. 

L’aumento demografico del paese provocava la necessità di nuove abitazioni in quanto erano più sufficienti le sovracostruzioni o sottocostruzioni su abitazioni già esistenti, come potevano essere un piano superiore o un sottano. Per questo motivo a metà del XVIII secolo si decide di costruire sul lato destro dell’attuale via XXIV maggio, all’epoca una strada senza nome, e per ottenere questa autorizzazione dal Comune la persona che doveva edificare a proprie spese aveva potuto spostare la porta della Madonna di un centinaio di metri, all’inizio della stessa via. 

Siamo ritornati nei pressi del castello, attraversando largo della Croce, scendiamo dal colle dall’altra strada ripida, quella dei Trappeti (via Moro) troviamo l’ultima (quinta) Porta dei Trappeti, come quella del Lago, si trova nel suburbio. 

Comandati dal camerlengo, che era il comandante e con le guardie suoi sottoposti, da quest’ultimi le porte venivano chiuse al tramonto e iniziavano il servizio di ronde per l’intera notte, garantendo un efficiente servizio di guardiania. Le persone che violavano le leggi dell’epoca venivano arrestate e portate nella via delle pene l’attuale via Giotto. Una strada urbanisticamente davvero particolare, provate a ricercarla su google maps, scoprirete che è a forma di cavallo i due lati estremi della via sono paralleli. 

L’avvento come feudataria della famiglia dei Filomarino, che acquisiva il feudo palese nel 1776, ha avuto un impatto fondamentale nell’urbanistica palese. Infatti largo della Croce si preparava a diventare piazza Santa Croce quando si edificava l’attuale Palazzo del Principe tra il 1780 e il 1795 che sostituiva il castello, forse ormai decadente. 

Una storia particolare e non ancora ben ricostruita dalla documentazione ritrovata è quella del Casale dei Greci, facente parte del borgo e, anche per come era stata nominata, doveva essere il più numeroso dei comprensori di casi fuori dalla Terra Antica. Denominarlo casale quando i nomi che si danno agli altri borghi era vicinato o contrada rende l’idea che subito ha dovuto accogliere un numero non esiguo di abitanti in un tempo ristretto, infatti si presume sia stato edificato nella seconda metà del ‘400 quando vennero in Italia gli albanesi a sostegno degli aragonesi oppure conseguenza di una immigrazione nella Puglia meridionale 

La passeggiata nella storia è terminata non resta che ringraziare Giovanni Lanzellotto, ricordando come, rispetto ai due incontri pubblici, abbiamo descritto una piccola parte di quanto da lui raccontato. Lasciando all’avvocato le ultime parole sul modus operandi di chi vuole ricostruire e far rivivere la storia: «A me piace paragonare il lavoro dello storico a quello del giudice, il quale se non riscontra indizi gravi, precisi e concordanti di responsabilità, non potrebbe condannare un imputato. Lo stesso deve fare uno storico: prima di far propria una tesi, di fare un’affermazione, deve avere prove certe, documentate, altrimenti si darebbe sfogo alla fantasia, si racconterebbero favole, spacciandole per ricostruzioni storiche, con danni irreparabili per la memoria storica». 

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