FUORILUOGO

di Franco Taldone

José Stancarone, vive a Palo, phd in matematica, insegnante e scrittore (ha scritto “Dispari” e “L’utopia dei bastardi”), attivista. È stato docente a contratto per il Politecnico di Bari. 

D: C’è una tensione che caratterizza il nostro rapporto con la città. Da un lato – scrive Cacciari – “sempre più la consideriamo una macchina, una funzione, uno strumento che ci permetta di fare i nostri ‘negotia’, i nostri affari; dall’altro, la città come luogo di ‘otium’, luogo di scambio umano, sicuramente fattivo, attivo, intelligente, una dimora insomma”. Da un lato, la città degli “affari”, dall’altra, la città del “dispari”, per citare il titolo del tuo bel libro, del – rimarcherei – sempre meno “dispari”. Bisogna (ri)partire di qua, da questa “realtà”? 

R: La risposta è connessa a una dimensione individuale, un po’ la differenza che Carmelo Bene dava tra l’atto e l’azione.  

Nella società del consumo, è diventato scopo “funzionare”. Non importa a quale prezzo. L’importante è occupare il tempo, a costo di consumare energia rimanendo connessi e impegnati. La finalità è essere performanti, assomigliare alle macchine che ci assistono. Anche riflettere è una perdita di tempo perche toglie risorse alla produzione. In quest’ottica l’uomo vuol essere un ingranaggio perfetto e ha bisogno di una macchina piu grande dove ci sono altri ingranaggi. Necessita di sopravvivere come funzionante in posti dove si può funzionare. Per questo si sogna la metropoli: un luogo dove posso sentirmi all’altezza. Questa è il senso dell’azione di Bene. In contrapposizione a questa visione vi è l’atto. L’uomo che pensa a se stesso e alla comunità a cui sente di appartenere.  L’uomo che lotta contro ogni traccia di disuguaglianza. L’uomo che non considera il luogo come unico parametro della propria realizzazione, un po’ come diceva Franco Cassano nel pensiero meridiano.  Cosi si cattura la prospettiva piu nobile di un nuovo umanesimo. E in questo ambito il conflitto tra metropoli e area interna, tra centro e periferia si risolve: non piu un uomo che funziona a qualsiasi prezzo, ma che sappia riflettere ed essere consapevole del proprio limite all’interno della natura. 

D: L’homo democraticus sembra molto stanco. Si abbandona sempre più alla servitù delle passioni (la quarta parte dell'”Etica” di Spinoza, dedicata alla “servitute humana”, è attualissima), fino alla “demenza”, cifra dell’epoca, come ha recentemente indicato Agamben. 

La “Costituzione”, per quanto c’abbianno provato e ci provino, rimane un presidio indistruttibile di razionalismo (l’ultimo esito referendario conferma).  

Superare le passioni particolaristiche, anche nel governo di una città, con la grammatica costituzionale alla mano? 

R: La prima grande rivoluzione è stata quella francese. In precedenza ci sono state molte altre rivolte, ma ciò che differenzia quella francese è il fatto che accade sotto l’epoca della ragione. Quindi la rivoluzione non è solo uno spunto emotivo o una necessità kantiana aprioristica ma può e deve essere caratterizzata da un apparato ideologico. Questo non solo per il successo della rivoluzione stessa, ma anche per avere basi solide per tutto ciò che viene dopo la rivoluzione. Nella nostra epoca, abbiamo visto come i populismi  chiamono la folla a scontrarsi contro l’ancien régime, ma poi cadono miseramente quando  governano, avvelenati dalla propaganda che non coincide con la realta. Per questa ragione la nostra Costituzione resiste: perchè è frutto di una razionale e lenta sintesi fra le anime socialiste, cattoliche e repubblicane. Pertanto, la grammatica costituzionale è necessariamente kantiana proprio perchè protegge tutti noi dal degrado della pura propaganda. 

D: Sempre Agamben invita a diffidare di chi parla del futuro: occorrerebbe, invece, guardare al passato come a ciò che avrebbe potuto essere realizzato e non si è realizzato, e quindi finirla col passato come resti museali. Fare progetti per il passato, à la Flaiano. La scuola, in questo senso, come laboratorio politico? 

R: Oggi piu che mai viviamo nel conflitto tra dòxa (opinione) e epistème (sapere scientifico). Nonostante la nostra società sia la scientificamente la piu evoluta di sempre, abbiamo un dominio della dòxa grazie al continuo bombardamento dei social media. Pertanto, la scuola diventa laboratorio politico non nel senso di appartenenza o di adesione a qualche nomenclatura, ma come formazione del cittadino che acquisisce gli anticorpi contro la propaganda massiva. La scuola va vista non come il luogo delle competenze ma della consapevolezza. Come ci insegna  la meccanica quantistica, l’essere non è una definizione assoluta ma ciò che dipende dalla relazione con il sistema. La scuola dovrebbe insegnare ad autodeterminarsi attraverso il conflitto, il pólemos. 

KilometroZero

  

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