Il questionario di Proust – 92

di Franco Taldone

William Formicola, nato a Bari, si è specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica. Assessore ai Beni Culturali della Provincia di Bari, ha aperto alla pubblica fruizione il Pulo di Molfetta. Assessore ai Beni Culturali del Comune di Modugno, ha curato l’apertura al pubblico del complesso monumentale di Balsignano, il restauro e fruizione di Palazzo Santa Croce, l’acquisizione al demanio dell’area archeologia di Balsignano, ed i ritrovamenti archeologici di Piazzetta Santa Caterina. Attualmente è esperto in Beni Culturali presso il Comune di Bari. 

D: Hai esperienza e competenza notevoli nella scoperta e nella -consentimi  questo termine- costruzione” di siti archeologici. In quel di Modugno, ad  esempio. Qualche tua testimonianza saliente. 

R: Effettivamente nel periodo in cui ho fatto parte dell’amministrazione Magrone, a Modugno, in qualità di Assessore ai Beni Culturali, abbiamo vissuto delle belle esperienze, prima fra tutte l’apertura del sito di Balsignano che si presenta come un “complesso monumentale”, corredato anche da emergenze archeologiche per lo più di epoca medievale. L’insediamento medievale si sovrappone ad un’area molto estesa già nota agli archeologi, e risalente a 5000-6000 anni fa, comunemente nota come “villaggio neolitico” di Balsignano distante in linea d’aria poche decine di metri e che, originariamente privato, siamo riusciti ad acquisire al demanio comunale mediante una “prelazione artistica” ai sensi del Codice, sul quale sarebbe  necessario intervenire con una campagna di studio, ed un programma di valorizzazione così come previsto da un protocollo d’intesa che sottoscrivemmo con la Soprintendenza. Ricordo anche una serie di scoperte e ritrovamenti avvenuti nel corso dei lavori di recupero e restauro di Palazzo Santa Croce (sede del Municipio) dove sono venute alla luce una serie di emergenze archeologiche, fra cui un tracciato stradale medievale ed  alcune cisterne con ambienti ipogei, oggi valorizzati grazie alla realizzazione  di un pavimento trasparente sospeso che ha lasciato a vista la parte antica  sottostante, prima nascosta dalle superfetazioni susseguitesi nel corso dei  secoli. Anche in ambito urbano, durante i lavori di risistemazione della pavimentazione stradale del centro storico, in Piazzetta Santa Caterina sono venute alla luce antiche sepolture di epoca tardo medievale con ritrovamenti scheletrici e corredi funerari. 

D: Immagino le difficoltà, i rallentamenti, le battute d’arresto. Suggerimenti per  limitarli, questi inciampi? 

R: Occorre sempre salutare positivamente ogni eventuale ritrovamento che dovesse emergere durante un intervento, e non vederlo -come spesso avveniva in passato- come una iattura che andava a bloccare sine die la realizzazione di un’opera.  Le recenti normative (DPCM del 2022) offrono lo strumento della cosiddetta “archeologia preventiva” ossia l’effettuazione di studi preventivi costituenti parte integrante della progettazione fin dalle prime fasi degli  interventi da realizzarsi. Va valutata, d’intesa con la competente Soprintendenza, la possibilità di poter valorizzare i ritrovamenti inserendoli nel contesto di una variante al progetto iniziale.  

D: L’architetto Roberto Peregalli in un suo libro delizioso si è occupato di “rovine” e del delicatissimo equilibrio tra il far venire alla presenza un resto, una traccia, e l’attenzione a non cancellare troppo la patina del passato. Hai avvertito anche tu questa tensione tra queste due intenzioni opposte? 

R: Si tratta effettivamente di un aspetto delicatissimo, in quanto l’intervento diretto su un giacimento archeologico va paragonato -perdonami la metafora- alle operazioni “irripetibili” che la scientifica effettua sulla scena del crimine: il rischio è quello di alterare irripetibilmente un deposito archeologico. Da questo punto di vista, ho da citare un’esperienza da me vissuta e che mi ha visto -anche in tempi relativamente recenti- lottare in prima persona per il mantenimento dell’integrità di un sito unico al mondo e che rischiava (e forse rischia ancora) di essere minacciato: la grotta dell’“Uomo di Altamura”, un irripetibile esempio di giacimento paleoantropologico, singolarità geologica ed  ambiente naturalistico, rimasto immutato da circa 300.000 anni, e che stava per essere irrimediabilmente “violentato” a causa di un approccio poco attento alle necessità di conservazione rispetto a quelle che erano le  aspettative di alcuni “studiosi” disposti a sacrificare un bene irripetibile per ottenere alcuni dati scientifici nell’immediato, senza valutare attentamente gli impatti disastrosi che si sarebbero verificati. Fra un approccio “conservativo” ed uno “modificativo” c’è sempre da preferire il primo, in quanto il secondo è sempre a carattere irreversibile. 

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