“Retake” nasce quando Rebecca Spitzmiller, americana diventata italiana e romana, docente di Diritto Comparato e Internazionale, nel 2009 decide di recuperare il muro del suo palazzo a Roma dal degrado e dalla sporcizia. Nel 2014 fonda, con altri “volontari del bello”, Retake, movimento no-profit e apartitico , oggi fondazione, con lo scopo di affermare il diritto alla città riprendendone gli spazi attraverso la cura dei beni comuni.
Ne parlo con Fabrizio Milone, presidente di Retake-Bari.
“Retake” credo sia un esempio di cittadinanza concreta, ovvero, come scriveva Toni Negri, scomparso circa un mese fa, di “potere con cui una comunità si riappropria del controllo dello spazio e con cui disegna una nuova cartografia”. Direi, con altre parole, che è una pratica, un’applicazione conseguenti alla coscienza che c’è un diritto alla città negato da “tutte quelle forme di potere che sino ad oggi hanno strutturato e governato il sentire della vita quotidiana” – per dirla, questa volta, col sociologo Alberto Abruzzese.
La città è diventata, nel sentire diffuso, un luogo ostile. Vandalismo, incuria, sporcizia hanno generato non soltanto indifferenza oppure senso di impotenza, ma anche, per contraccolpo, un crescente desiderio di azioni per ridisegnare spazi pubblici di accoglienza, sicuri, con presenza tangibile di bellezza, respiro d’arte: non spazi di nessuno, ma spazi di tutti. Re-take non è altro che questo: ri-prendersi le funzioni spaziali che sembrano essere fuggite, com’è successo al sacro, dai luoghi pubblici.
Il riferimento fondamentale di “Retake” è la cura dello spazio urbano. Con quali interventi poi realizza questa cura – a Bari, ad esempio?
In dieci anni ci siamo dati da fare in molti e diversi contesti: abbiamo riparato giostrine, pulito parchi, piantato fiori, rialberato strade, realizzato quindici murales, orti urbani, abbiamo praticato l’urbanismo tattico, ossia la chiusura al traffico, dominante, di strade, per farle ridiventare luoghi di incontro personale, abbiamo ripulito quattordici scuole vandalizzate. Certamente – tutto questo – non da soli. Ci siamo avvalsi della collaborazione delle comunità scolastiche, delle organizzazioni dei genitori, di finanziamenti di imprenditori – soprattutto di piccoli finanziamenti, anche perché non occorrono grandi somme di danaro per eliminare una svastica da un muro.
Fate riferimento, nei vostri incontri con le scuole, alle nozioni di bene pubblico, interesse generale, che son capisaldi della nostra Carta Costituzionale, citati, per esempio e con limpidezza, nell’articolo 118.
Abbiamo insistito perché l’amministrazione diventasse humus favorevole alle nostre azioni, anche perché Bari ha aderito ai “patti di collaborazione”, ovvero a quegli accordi tra cittadinanza attiva e soggetto pubblico, che definiscono una forma di collaborazione per la cura dei beni comuni. Patti già previsti dal principio di sussidiarietà tutelato dalla nostra Carta Costituzionale, in base al quale, quello che facciamo con Retake non solo non deve essere ostacolato – e, credimi, dobbiamo spesso fronteggiare obiezioni secondo le quali le nostre iniziative non sarebbero giustificate perché metteremmo mano ai “beni pubblici” -, ma, al contrario, incoraggiato: dobbiamo essere messi in grado di poter fare al meglio quello che facciamo.
Criterio, però, spesso “rimosso” dalle amministrazioni delle città.
Ci succede, ad esempio, nelle azioni di clean up delle campagne: il lavoro di ripulitura che facciamo porta all’accumulo di qualche tonnellata di rifiuti che, poi, l’amministrazione dovrebbe provvedere a rimuovere. Ma, siccome lo smaltimento è costoso, questa nostra azione, paradossalmente, non risulta essere un beneficio.
Retake è una rete nazionale; dal che, ricavate, credo, reazioni diverse a seconda Retake operi nella dimensione della grande o piccola città. Tu che sei responsabile di Retake a Bari e certamente sei a conoscenza anche delle azioni che si realizzano in provincia, osservi risposte diverse tra queste due diverse estensioni comunitarie?
Di certo, operare in città è più facile: è più facile entrare in rete con altre realtà associative, più numerose; le sponsorizzazioni del privato per i nostri obiettivi sono più accessibili e ingenti. Tuttavia, sono rilevanti anche le azioni in provincia o in città più contenute: Retake a Grottaglie o Barletta svolge un lavoro con risultati molto interessanti.
Retake, come hai accennato, si avvale della concorso di diversi stakeholders, pubblici e privati. Quali sono i più sensibili e collaborativi?
Con Retake collaborano diverse figure indispensabili. L’appoggio economico, come dicevo prima, di sostenitori privati è molto importante. Collaboriamo proficuamente con la Sovrintendenza. Ma, in particolare, è la collaborazione con i volontari esperti che ci giova tanto. Penso ai diversi architetti urbanisti, per esempio, che ci danno le loro consulenze pro bono. D’altra parte, il soggetto pubblico è contento di permetterci, ad esempio, di realizzare una piantumazione, perché è ben consapevole che la competenza del volontario professionista è di gran lunga più affidabile di chi lavora in un “ufficio giardini”.
Ma vorrei riprendere un po’ il riferimento alla “comunità” nella tua prima domanda. Certamente, gli obiettivi di Ritake sono per così dire “tecnici”, però vorrei evidenziare che lo scopo primario è, attraverso la realizzazione di qualsivoglia iniziativa, quello di costruire comunità attraverso l’onda associativa. Lo scopo non si ferma alla ripulitura di un parco o alla realizzazione di un murale; di queste azioni deve, a nostro avviso, rimanere soprattutto la costruzione di una comunità: è di qui che passa il diritto alla città.

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