Giuseppe Milano, ingegnere e giornalista ambientale, componente del direttivo della sezione pugliese dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e segretario generale di Greenaccord Onlus, ha pubblicato da poco “Comunità energetiche. Esperimenti di generatività sociale e ambientale”.
Che cosa s’intende per “comunità energetica” o, con un’equazione che risalta con una certa chiarezza dal tuo libro, “cittadinanza energetica”?
Le comunità energetiche sono nuove organizzazioni socio-territoriali costituite allo stesso tempo da Comuni, parrocchie, sindacati, imprese, realtà del terzo settore, che condividono l’esigenza e l’urgenza di produrre e consumare energia pulita prodotta da fonti rinnovabili, con l’obiettivo di favorire il processo di decarbonizzazione per benefici non solo ambientali ma anche sociali ed economici. Cittadinanza e democratizzazione energetiche significano mettere al centro la figura del prosumer, ovvero di chi è sia consumatore che produttore di energia pulita, per migrare da un modello in cui l’energia è prodotta nei grandi impianti appannaggio dei potenti players dell’energia ad una costellazione di tanti micro-impianti interconnessi.
Come si fa a rendere “socialmente desiderabile”, ricorrendo ad un’espressione di Alex Langer, che tu stesso citi, questo tipo di cittadinanza?
Alex Langer e Giorgio Nebbia sono stati forse ii più grandi ecologisti del Novecento. L’agente indispensabile della conversione ecologica è per loro la comunità: la matrice etica è a fondamento di quella ecologica. Papa Francesco lo ha ribadito nell’enciclica “Laudato si’”: non ci si salva da soli, occorre la comunità. E le comunità energetiche si muovono lungo questa direzione plasticamente.
Nella parte centrale del libro, dedicata alle città come perni dell’attuazione dal basso della transizione ecologica, sostieni che non c’è “diritto alla città” se non è agito innanzitutto come “democrazia energetica solidale”.
Diritto alla città è in connessione con nuova programmazione urbanistico-territoriale, conseguenza di una nuova coscienza della complessità ambientale, etica, antropologica, demografica. Rivendicare il diritto alla città significa allora ambire a polarità spaziali che possano generare uno sviluppo sostenibile inclusivo. Le comunità energetiche, attraverso l’immanente elemento della cooperazione, favoriscono proprio questo fenomeno: una comunità energetica, che nasca dal basso o dall’alto, risulterebbe un flop, se non fosse la manifestazione, coerente con la complessità del nostro tempo, del principio di comunità.
Si legge anche un rinfrescante elenco di città esempi di “buone pratiche”, nonostante la consapevolezza che mediamente i Comuni siano “pressoché fermi sulle politiche ecologiche ed energetico, spesso manchevoli anche di un “impegno proattivo” in questa direzione.
Le buone pratiche che ho raccolte nel libro non sono le sole presenti in Italia. L’auspicio è che rispetto alle poche centinaia di comunità oggi attive si arrivi, nel 2027, a non meno di quindicimila. Le potenzialità si potranno cogliere concentrando l’attenzione sulle cosiddette “cabine primarie”, ossia i poli tecnologici di distribuzione dei flussi energetici, che definiscono i confini geografici delle comunità energetiche, soggetti giuridicamente riconosciuti secondo la governance individuata, dalla cooperativa alla fondazione di partecipazione, che non hanno prioritariamente scopi di lucro, e che hanno la possibilità di ottenere incentivi dai gestori statali di energia. Auto-produzione e consumo portano, poi, ad una redistribuzione di utili sul territorio allo scopo, per esempio, di affrontare la questione della “povertà energetica” di cui parlo nel libro.

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