Felice Florio è un giornalista esperto di politica. Classe 1993, viene scelto da Enrico Mentana per formare la prima redazione di Open. Nel 2022, è selezionato nella lista under 30 di Forbes come leader del futuro per il settore media. Quello stesso anno, inizia a lavorare nel governo Draghi, come addetto stampa della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Dal primo gennaio, passa a L’Espresso: il settimanale, che nel 2025 compie 70 anni, gli affida il rilancio dell’area digitale, nominandolo capo del sito e dei social.

- Dai banchi di scuola del liceo scientifico Galileo Galilei a Bitonto, l’università a Bari dove si è laureato in lettere moderne, in quale momento ha scoperto la sua passione per il giornalismo?
Più procedo a ritroso, più i ricordi sfumano. Quindi mi appello alle sensazioni: ho sempre amato le parole, la capacità intrinseca di ogni lettera, collegata alla sua successiva, di definire la realtà. Ho giocato tanto con la scrittura sin da bambino. Però il giornalismo è un’altra cosa, anzi è troppe cose: elencarle senza una spiegazione non sarebbe rispettoso del mestiere che mi rende felice. “Felice” è un aggettivo che non uso mai a caso. Comunque, non voglio eludere la domanda e, in breve, posso dire che questa passione si è manifestata dalla scuola media. Leggevo i giornali per evadere dalla noia. Il tempo, quando non passa, stimola l’immaginazione. Sognavo di poter scrivere ciò che leggevo su quotidiani e riviste. Poi prendevo la penna e iniziavo a farlo. Sbagliando tutto, ma questo lo realizzerò solo dopo l’università, durante la scuola di giornalismo.
- È molto giovane, eppure ha raggiunto una posizione di prestigio, lavora con dei professionisti del giornalismo che hanno alle spalle anni di esperienza, come Mentana. Sente che ha ancora molto da imparare?
Spero di non smettere mai di imparare. Per ultimo, e non c’è mestizia in quel che dico, mi toccherà imparare a morire. Nessuno è mai davvero pronto a ciò che la vita riserva, eppure tutti i giorni proviamo a vivere. Figuriamoci se sappiamo cosa voglia dire morire, occasione che ci capita solo una volta. Senza filosofeggiare, ho appreso tanto da Enrico Mentana, Franco Bechis, il mio ultimo direttore a Open, ed Emilio Carelli, direttore de L’Espresso. Sono grato ai maestri che ho incontrato, troppi da citare ed è una fortuna. Ma ho imparato anche dai cattivi esempi. Sono fondamentali: ci mostrano ciò che è sbagliato e ci ricordano che possiamo essere migliori.
- In un’epoca in cui la velocità dell’informazione sembra spesso prevalere sulla verifica di fatti, come si bilancia il dovere di informare rapidamente con quello di garantire la verità?
Quella tra correttezza e velocità è una sfida quotidiana ed è inevitabile, qualche volta, perderla. Non ho memoria di un giornale che non abbia mai commesso errori. L’importante è ammettere gli sbagli, piuttosto che nasconderli: consolida il rapporto di fiducia con i lettori. Detto ciò, se alla fine della giornata sono riuscito ad aggiungere un tassello di verità alla narrazione generale della realtà, mi addormento serenamente.
- Le sue radici sono in Puglia, dove vive la sua famiglia. Ci sono dei momenti in cui sente la nostalgia della sua terra?
Ogni giorno. Potrei parlare del sole, che ha un calore diverso, dell’aria, che profuma di ulivi, delle persone, anche loro emanano un altro tipo di calore. Ma credo di poter ricondurre queste impressioni a un più generale sentimento di affetto ineluttabile. Non è solo una questione di radici, ma anche di sviluppo. Tra Palo del Colle e Bitonto, ho passato l’età più fertile di emozioni, quella in cui tutto ci travolge e lo stupore ci definisce. Sono andato via solo quando è diventato inevitabile cambiare, per continuare a crescere. Vorrei tornare e sono convinto che prima o poi succederà: dovranno realizzarsi alcune condizioni, non ultima la possibilità di restituire alla collettività quanto ho appreso in questi anni di privazione reciproca.
- Lei ha viaggiato tanto, per piacere e per lavoro. Quale di questi viaggi lo hanno emozionato di più? Quale ha considerato determinante per le sue scelte lavorative e di stile di vita.
È difficile rispondere perché, come dice, ho viaggiato parecchio e in ogni dove c’è una ragione per meravigliarsi. Faccio un esercizio di memoria e, forse, le emozioni più veementi emergono se penso ai campi scout. Per la grazia dei fuochi notturni. Per la terra che diventa strato di pelle, per le schegge che bucherellano gli arti e vi fanno entrare la vita. Così precaria e così intensa, la vita, quando a fare luce, di notte, ci sono soltanto le stelle. E poi c’è la Turchia, dove sono stato accolto in una famiglia alla pari di un figlio, di un fratello. Lì ho avuto modo anche di scrivere il mio primo reportage dall’estero. Fu la notizia a trovare me e non il contrario: era il 2013 e capitai nel parco di Gezi, a Istanbul, quando scoppiarono le proteste oceaniche di Piazza Taksim. La Gazzetta del Mezzogiorno mi diede due pagine di spazio e quell’articolo è ancora affisso sulla parete della mia cameretta. A proposito della mia stanza, rispondendo si è inverato qual è il viaggio che, oggi, mi emoziona di più: quello in cui faccio ritorno a casa.
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