Intervista alla dottoressa Delia Barone

di Giusy D’Agostini

La dottoressa Delia Barone attualmente lavora come assegnista di ricerca presso l’ospedale Giovanni XXIII – Policlinico di Bari, per il quale ha avuto anche la possibilità di svolgere colloqui di psico-educazione alimentare. Da circa tre anni collabora come consulente psicologa per la cooperativa CAPS, (centro aiuto psico-sociale), di Bari. Mediante la stessa ha avuto la possibilità di lavorare per progetti relativi alla dipendenza patologica (nella quale rientra anche il tema della dipendenza affettiva): attività di sportello psicologico, incontri di formazione e prevenzione in istituti scolastici e sensibilizzazione sul territorio, centri famiglie.  

Delia Barone

D: Nell’ambito della cooperativa Giraffa Onlus ha incontrato donne che sono state vittime di violenza. Gli episodi che la cronaca quotidiana ci riporta sono in continuo aumento e sembrano riguardare le fasce di età sempre più basse. Nel corso del suo operato ha rilevato un inasprirsi dei fatti verso donne più giovani? Se si, saprebbe ipotizzare il perché? 

R: “Per diversi anni ho collaborato con l’Ass. Giraffa-Onlus per progetti regionali volti a contrastare il fenomeno della tratta che coinvolge principalmente donne migranti e per il centro anti-violenza, al fine di promuovere un inserimento lavorativo di donne italiane vittime di violenza maschile. Sì, anche durante l’attività di studio privato ho potuto riscontrare un accentuarsi del fenomeno di aggressività e violenza nelle giovani generazioni. I fattori coinvolti sono molteplici e complessi: un’emancipazione femminile rapida (risultato della globalizzazione, social network, etc.) alla quale la società odierna sembra non essere completamente pronta, condizioni di grave trascuratezza emotivo-affettiva famigliare, maggiore utilizzo di sostanze stupefacenti, una società “liquida” (come la chiama Bauman Z.) che ci conduce verso meccanismi mentali quali la soddisfazione immediata del bisogno, a cui segue una scarsa tolleranza della frustrazione e un discontrollo degli impulsi e infine, un’oggettificazione maggiore del corpo femminile, l’affaticamento mentale a cui i ritmi lavorativi ci espongono.” 

D: Dal punto di vista psicologico, quali possono essere i fattori predisponenti allo scatenarsi della violenza in uomini che, come spesso sentiamo in tv, erano conosciuti come persone tranquille e non inclini a gesti violenti? 

R: “Ogni situazione è diversa e andrebbe attentamente analizzata per la sua specificità. Di frequente però, la dinamica relazionale disfunzionale che gli attori coinvolti condividono tende a basarsi su alterate convinzioni e rappresentazioni mentali del legame affettivo: “mi sento amato se l’altro mi possiede e sono un suo oggetto di dominio e, viceversa, riesco ad amare l’altro soltanto se di mia proprietà”. Possiamo immaginare quanto ciò rifletta dimensioni di attaccamento e relazionali sperimentate in passato e profondamente introiettate nello psichismo dell’individuo. Per tali ragioni, è semplice immaginare cosa possa accadere quando l’altro sfugge al proprio controllo.” 

D: Le donne oggetto di violenza, come ad esempio quelle vittime di tratta per sfruttamento sessuale, in che modo possono essere aiutate? 

R: “Le donne vittime di tratta che riescono a fuggire dal sistema di criminalità organizzata possono contattare il numero verde Antitratta 800290290 attivo su tutto il territorio nazionale, per mettere in contatto le vittime con i servizi socio-assistenziali territoriali. Le stesse vengono solitamente accolte in case rifugio ad indirizzo segreto e seguite da un’equipe multidisciplinare che si occupa dell’aspetto burocratico-legale, psicologico, mediazione culturale e integrazione socio-lavorativa.” 

D: Quante di queste riescono a ritornare a una vita normale, a ritrovare la fiducia in un uomo, riuscire ad amare ed essere amate? 

R: “È possibile tornare a una vita normale e sperimentare nuove modalità di stare in relazione con l’altro. Una buona elaborazione del trauma psichico consente di dare nuovi significati all’esperienza passata, di essere più consapevoli di aspetti inconsci che conducevano alla ripetizione dell’evento traumatico. Un nuovo atteggiamento mentale e affettivo, non più passivo, ma attivo e indipendente determina un ripristino della fiducia in sé stessi e conseguentemente nell’altro.” 

D: Cosa direbbe alle donne che soffrono perché vivono situazioni di violenza e abusi, maltrattamenti fisici e psicologici e non trovano la forza di chiedere aiuto alle varie associazioni che operano sul territorio? 

R: “È essenziale, prima di tutto, prevenire situazioni di maltrattamento e violenza. Prestare maggiore attenzione alla propria salute mentale attraverso percorsi di psicoterapia; programmi di formazione e iniziative di sensibilizzazione potrebbero contribuire a ridurre il rischio di violenza domestica e abusi. Alle donne che hanno già subito violenze vorrei dire che esiste un modo più sano di vivere le relazioni: anche se può sembrare familiare, un rapporto che ci impedisce di essere libere e di esprimere pienamente noi stesse e il nostro potenziale non è degno di essere vissuto. Le donne vittime di abusi possono rivolgersi ai centri antiviolenza, contattare il numero verde 1522, le forze dell’ordine, i consultori territoriali o i Centri di Salute Mentale (CSM). Allo stesso tempo, incoraggerei gli uomini che percepiscono difficoltà nel gestire le proprie emozioni, soprattutto la rabbia, a intraprendere un percorso di conoscenza di sé attraverso i centri dedicati agli autori di violenza o qualsiasi altra modalità che preferiscono.” 

oppure


QUESTO NUMERO E’ OFFERTO DA:

sponsor Citymoda
sponsor tipografia Resta