Giovanni Gentile è docente di scrittura creativa presso varie istituzioni pubbliche e private. Ha contribuito, in collaborazione con gli alunni del Liceo Zucchi di Monza e con il magistrato Nicola Magrone (sue le indagini sull’omicidio di Palmina Martinelli), scomparso nel 2023, alla stesura della “Carta dei diritti della bambina” presentata al Parlamento di Strasburgo nel 2018. Con il Teatro Prisma, di cui è socio fondatore, porta in scena come autore e regista più di 15 opere.
D: Caro Giovanni, quando e come hai avuto in sorte di incontrare la figura di Palmina Martinelli, uccisa a Fasano a novembre del 1981.
R: Conobbi la storia di Palmina da piccolo, ad un’età in cui di certe cose non puoi cogliere l’essenza e le metti lì, in un angolino. Fino a un pomeriggio di maggio 2015 quando, a Modugno, sentii, per caso, delle parole bellissime che arrivavano dalla piazza di un comizio. Era Nicola Magrone in campagna elettorale. E quel nome mi fece affiorare prepotentemente alla mente tutta la storia
di Palmina, i discorsi in casa, i telegiornali. E qualche giorno dopo, alla presentazione di un libro, conobbi, sempre per caso, il Prof. Ceglie, che era stato uno di quelli che aveva effettuato la perizia del 2013, che aveva riaperto le indagini. Io credo al fatto che qualcosa di più grande di noi esista, credo che qualcuno abbia guidato i miei passi affinché io mi occupassi questa vicenda.
D: Palmina fu due volte vittima: dei suoi assassini che la bruciarono viva, e di un apparato giudiziario che non le credette, perché “guardava altrove – diceva Nicola Magrone – fino al punto spaventoso di verificare sul campo l’impossibilità di difendere in un’aula di giustizia una ragazzina bella, giovanissima, povera, senza diritti, carica di speranza ingenue”.
R: La storia di Palmina è unica perché è un archetipo. Nella sua storia c’è tutto. C’è un Sud immobile rispetto al mondo che cambia in fretta, c’è la cultura della famiglia sempre e a ogni costo qualunque essa sia, c’è una ragazzina intelligente che comprende fin da piccola il mondo in cui vive e vuole rompere le catene che tutti cercano di metterle, c’è una cultura patriarcale per cui la donna o è madre o è puttana, donne su cui gli uomini hanno diritto di vita e di morte, c’è l’omertà di un quartiere che tutto sente, tutto vede ma che non parla con gli inquirenti. C’è una criminalità organizzata silenziosa, come diceva Nicola Magrone, che crede di disporre dei destini di tutti. La stessa cultura, la stessa aria, lo stesso fetore di marcio si respirò in quell’aula di tribunale dove Palmina fu vilipesa la seconda volta. Ma la figura di Palmina è così enorme rispetto alle piccolezze di quelli che c’erano dentro e fuori quell’aula (a parte Magrone, naturalmente) che negli anni li ha soverchiati e buttati nel dimenticatoio, dove meritano di stare.
D: Subito dopo le tue rappresentazioni teatrali, ci sono momenti dialogici tra gli attori, il regista e il pubblico. Come hanno reagito gli spettatori nel caso di Palmina?
R: Il pubblico ha sempre reagito con immenso trasporto, sia gli adulti che i ragazzi. Palmina ha ricevuto standing ovation in ogni parte d’Italia, la società civile ha rovesciato la sentenza di un tribunale. Poi abbiamo dei nemici, come è ovvio che sia quando fai un teatro divisivo. C’è il figlio di quello, la moglie di quell’altro, il collega dell’avvocato, il cugino dell’indagato, la figlia del contrabbandiere di Fasano che ha riciclato i soldi, ma ce lo aspettavamo. Però, sono veramente fasce marginali di cui ci interessiamo molto poco. Oltre 30.000 persone hanno visto lo spettacolo e hanno conosciuto e amato Palmina e Nicola Magrone. Di più non abbiamo da chiedere per noi.

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