La paura che ti porti dentro 

di Gianna Larosa

Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.  

Leggiamo bene:  

• Giornata Internazionale, che viene ricordata in molte nazioni. 

• Contro la violenza, azione volontaria esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà. 

Sulle donne, quel soggetto è sempre una donna, ogni giorno è una donna. 

Una breve analisi logica che dà contezza della gravità della situazione, e da qui la necessità di istituire una giornata per ricordarcelo. 

Cortei, manifestazioni, concerti, installazioni, discorsi e dibattiti ripercorrono i numeri angoscianti delle cronache sui femminicidi, per poi ricadere, dal giorno dopo, nei corsi e ricorsi storici. 

Perché sì, la storia ha il suo corso e si ripete, si ripete ogni giorno anche dietro numeri che non conosciamo, nelle vite di donne nascoste nelle case rifugio, coi propri figli, costrette a lasciare la casa familiare, a fuggire, a distaccarsi dal rassicurante consueto, a lasciare il lavoro. 

Si ripete nelle loro esistenze schiacciate dalla paura. 

Cosa sappiamo noi, di quella paura? Nulla. Non traspare dai cortei e dai dibattiti, sembriamo vincitrici di un trofeo, portate sui palchi a rivendicare ciò che non dovrebbe nemmeno essere in discussione: libertà e rispetto. 

Eccola, la paura. È qui tra queste parole, interrotte e affaticate dai ricordi violenti, ma ugualmente forti da creare nitidissimi fotogrammi di una vita-non-vita, nella costante incertezza di potersi risvegliare il giorno successivo. 

“Ero una ragazzina quando l’ho conosciuto. Da fidanzati non si usciva molto, quei tempi erano diversi, non avevo colto nessuna stranezza, mai un tono sgarbato. Lo presentai in famiglia con molto orgoglio e ne furono tutti ipnotizzati. Brillante, affabile, generoso di buone maniere e molto disponibile. Appena il suo lavoro si stabilizzò mi chiese di sposarlo, e nel giro di 3 anni mi ritrovai ad essere moglie e madre di due bambine. L’idillio si spezzò dopo il tradimento, e quell’uomo del quale avevo scoperto le fragilità diventò un altro uomo. Iniziò col chiamarmi cretina. “Ehi cretina, non lo vedi che la camicia non è stirata?”, davanti alle nostre figlie. Bastava un dettaglio organizzativo uscito male a mandarlo in bestia. Ci volle poco che divenni la cretina che incollava i cocci dei soprammobili volati per aria dopo una pasta leggermente scotta, un vino non molto freddo, il latte di soia che avevo dimenticato di comprare, ed in seguito la cretina che rifaceva il letto tre volte di fila finché l’enorme rosa del copriletto verde di sua madre non fosse perfettamente al centro. “Brava, hai visto che sai fare le cose come ti dico io?”, mi diceva.  

Le botte arrivarono presto, dopo una sera in casa di amici per trascorrere la fine dell’anno.  

Mentre scendevo le scale con la bambina in braccio iniziò a farmi domande sul padrone di casa, insinuando un mio particolare interesse. “Ma che dici, dai andiamo”, dissi cercando di calmarlo. 

Mi arrivò uno schiaffo in pieno volto che mi fece sbattere la testa sulla testa di mia figlia, e il dolore violento del suo pianto di terrore è un ricordo ancora devastante. Seguirono altre botte, aveva iniziato a bere, le bambine si impietrivano quando rientrava la sera, facevano tutto furtivamente  per non accendere la sua rabbia. Il culmine arrivò una notte in cui la puzza di vino mi stava dando il voltastomaco e mi alzai per andare in bagno, ma feci troppo rumore con la porta semi scardinata da un suo pugno. Con un calcio sulla pancia mi fece cadere per terra e prese a picchiarmi con il bastone appendiabiti. Sono scappata via con le bambine ed ho vissuto di aiuti, nascondigli, e paura, per anni, per sempre, anche adesso. Mi sono salvata grazie ad un tema di mia figlia, a scuola.” 

Da questa paura dovrebbe partire il percorso di sensibilizzazione, nelle scuole, nelle università, nei centri sportivi, negli studi medici, nei centri parrocchiali.  

progetto come eri vestita

A Palo del Colle il Comprensivo Antenore-Guaccero, diretto dalla preside Tina Giandola ha realizzato un video tratto dalla mostra “Com’eri vestita?”. È un progetto americano portato in Italia dall’Associazione “Libere Sinergie”, dove in una performance coreutica i ragazzi rappresentano le due anime protagoniste di storie di violenza: la donna vittima e l’uomo aggressore. Sulle note di Ennio Morricone scorrono le movenze dell’uomo che adesca la donna con una dolcezza presto tramutata in violenza, ed il finale è il suo urlo di un dolore disperato. La scenografia della Prof.ssa Anna Pace è creata con manichini che fanno da corpo a grucce dove sono appesi abiti da donna, spesso banali come quelli indossati dalle vittime al momento della violenza. Perché una delle tante inascoltabili domande alle donne violentate è: “Com’eri vestita?”. 

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