Intervista alla prof.ssa Patrizia Calefato

di Giusy D’Agostini

La prof.ssa Patrizia Calefato é Honorary Doctor in Humanities all’Università di Stoccolma e già Ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

Le più recenti tornate elettorali, riguardanti le elezioni regionali in Toscana, Calabria e Marche, hanno confermato il persistente trend di crescita dell’astensionismo, che, ormai da diversi anni, caratterizza le giornate di voto. Quali ripercussioni produce un’astensione così diffusa sulla rappresentatività e sui risultati delle consultazioni elettorali? 

La rappresentatività costituzionale non può essere messa in discussione, perché la base elettorale di chi viene eletto conta, qualunque sia la percentuale degli elettori ed elettrici. Il problema si pone sul piano politico e non strettamente formale, perché è ormai evidente anche in Italia che i cittadini non si sentono coinvolti dalle scadenze elettorali. Le ragioni sono diverse: non si sentono coinvolti nelle decisioni, non si sentono rappresentati da nessuno, non avvertono le elezioni come un momento di partecipazione che li vede protagonisti. Eppure, il dibattito pubblico attraverso social, piattaforme, discussioni quotidiane, non sembra morto nel nostro paese.  

Qual è la responsabilità dei partiti, sia di maggioranza che di opposizione, nel progressivo consolidarsi e nel ripetersi puntuale, a ogni tornata elettorale, del fenomeno dell’astensionismo? 

È da tempo che i partiti non sembrano conoscere più i problemi quotidiani dei cittadini e cittadine. Certo, ci sono delle differenze tra i vari partiti, ma quello che emerge è che mediamente non hanno la capacità di intercettare i bisogni della maggioranza della popolazione. Ci sarebbe bisogno di molte più persone che creino reti, relazioni, che valorizzino chi si sente escluso ma avrebbe tanto da dare. Bisognerebbe smetterla con la personalizzazione della politica e dare valore alla dimensione collettiva della partecipazione. 

Considerato il ruolo educativo della scuola, della famiglia e dei social media nella formazione dei giovani, anche sul piano politico, ritiene che oggi il diritto e il dovere di voto siano adeguatamente valorizzati in questi contesti? 

I giovani hanno dimostrato, anche recentemente, che non è vero che non si occupano di politica. Le manifestazioni per la Palestina, la comunanza con i volontari della Global Sumud Flottilla, la solidarietà con il popolo ucraino, la grande attenzione per le questioni ambientali, anche sul piano delle abitudini quotidiane, sono espressioni di partecipazione. Non c’è nessuno che li rappresenti, però, almeno così loro pensano. Anche perché i giovani hanno piena consapevolezza delle incertezze del loro futuro, non solo per il lavoro, ma per le guerre, la distruzione del pianeta, l’impoverimento generale della popolazione.  

Come elettori che credono davvero nella democrazia e nell’importanza del voto, cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, per far sì che si torni ad avere fiducia nella libertà di scelta che la democrazia ci offre? 

Raccontare sempre come il diritto di voto sia stato una conquista popolare, quello del voto alle donne doppiamente; come il rischio di lasciare tutto nelle mani di pochi decisori e dare ragione a chi non crede della democrazia sia pericoloso innanzi tutto per i giovani e i più deboli.  

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