Considerazioni di una coscienza critica, a proposito delle prossime “Regionali” in Puglia. Quelle di Alberto Maiale, docente di Storia e Filosofia presso il liceo scientifico “G. Salvemini” di Bari, criminologo clinico, membro del Direttivo della Societa Filosofica Italiana- sez. di Bari, saggista.
D: “Il linguaggio (tra)veste il pensiero”, scriveva Wittegenstein nel suo capolavoro.
L’ossessione per il linguaggio semplificazionista sta travolgendo la comunicazione politica per le prossime elezioni regionali. E l’effetto “travestimento”, “mascheramento”, è sempre più forte, direi “grossolano”. Non se ne esce più?
R: Il punto centrato da questa prima domanda è nodale. Dentro c’è un po’ tutta la riflessione sul rapporto politici-cittadini in questi anni. La comunicazione ha soverchiato la critica e l’informazione neutra, sua necessaria premessa, velocizzando i processi di collocazione sia pro che contro questo o quel fronte politico, o favorendo l’approdo al crescente partito del non-voto ormai del tutto dominante. L’informazione non è sui temi, ma sulle cornici, anzi, oramai sui supposti leader e sulle loro straordinarie capacità personali, spesso decretate dai tribunali mediatici e non dalla effettiva capacità di governo. Mi pare evidente a tutti i livelli, addirittura anche nelle consultazioni amministrative dei piccoli paesi. La sparizione delle sezioni locali dei partiti, del resto, ha rappresentato l’inizio di questo processo di mascheramento. Sarebbe però un errore pensare che le responsabilità siano solo della classe politica o dei media che hanno interesse a spettacolarizzare la politica e a fare audience (citare Debord oggi è doveroso quanto ovvio): siamo anche noi cittadini, più o meno attivi, che abbiamo alzato bandiera bianca, per disinteresse, per scoramento, per egoismo sociale. Se ne esce ri-occupando gli spazi politici, gli spazi pubblici a tutti i livelli: dal condominio, al quartiere, e su fino all’agone nazionale. La delega in bianco ha portato a questo.
D: I prossimi piani regionali per la scuola perché non siano la consueta “allocazione”?
R: Parlare di piani regionali per l’istruzione mi sembra generoso ottimismo: la scuola in Italia non ha alcun forma di pianificazione, eccetto la banalizzazione dell’istruzione che è in corso da almeno 25 anni, per tacere dei disastri causati dall’autonomia. Edilizia scolastica ferma al palo, a meno che non si voglia considerare tale l’ubriacatura del PNNR, la cui gestione, almeno in Terra di Bari, mi pare sia sotto gli occhi di tutti guardando alle notizie di cronaca delle ultime settimane (mi riferisco ai casi degli Istituti superiori “Euclide”, “Marconi-Hack” e “Salvemini”). Basta poi andare indietro di qualche anno per ricordare come l’anno scolastico 2021-2022, con mezza Italia in classe, vedeva la Puglia nella disastrosa “dad”, per esplicita volontà del presidente Michele Emiliano, stante la totale immobilità dell’assessorato ai trasporti pubblici, incapace di organizzare un servizio straordinario adeguato. Anche qui: è necessario un ritorno dei docenti, dei sindacati, in prima persona per la riappropriazione degli spazi inopinatamente ceduti alla politica “spettacolo”, della “tutela del consenso” e non della buona amministrazione.
D: Se si provasse ad uscire un po’ dalla menzogna linguistica politica, ci sarebbe secondo te qualche “uscita di sicurezza” in più, per citare un grande tormentato come Ignazio Silone?
R: Il linguaggio “politically correct” non ha ottenuto il suo scopo, che era quello di igienizzare il dibattito politico: il risultato è stato edulcorarlo e sterilizzarlo, ovvero la paralisi comunicativa, del pensiero, della critica. Non ho dubbi che questa scelta sia corretta: tornare ad avere un linguaggio diretto, senza scadere nella volgarità, aiuterebbe ad andare al cuore della vita quotidiana di ciascuno, farebbe sentire il cittadino meno solo. Finché le strategie politiche saranno decise dagli spin doctors armati di sondaggi, resteremo nel limbo nel quale langue il dibattito politico di oggi. L’esperienza, recentissima, tutt’ora in corso, del fronte ProPal ha rappresentato in questo senso un momento di riappropriazione degli spazi pubblici di confronto, con la nascita di tanti comitati civici. Potrebbe essere l’inizio di “una cosa” (per citare un altro intellettuale tormentato), sempre che non sia anestetizzato come accaduto ad altri fenomeni del genere.

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