Appena l’ansia da contagio da COVID-19 ha mollato di poco la presa, una sferzata di cambiamenti sembra marcare alcune delle nostre strade e dei nostri spazi urbani. Tutto sembra suggerire, almeno in apparenza, un nuovo inizio, uno slancio in avanti sul piano politico-sociale. Sul nuovo scenario palese abbiamo posto qualche domanda a don Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia politica all’Università Gregoriana di Roma e presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno, nonché presidente dell’associazione “Cercasi un fine”.

Si può ripartire dalla cura per il proprio territorio per superare il senso di vuoto avvertito in questi mesi di emergenza sanitaria causata dal Covid-19?
Ciò che rinasce fa bene, soprattutto dopo una crisi epocale. Bisogna poi vedere se questi interventi sono sostenibili nel tempo e se i politici sono capaci di occuparsene. Il territorio non è soltanto un’estensione di terre o di case: è un sistema, uno spazio abitato con delle istituzioni e con delle responsabilità collettive. Capita molto spesso che magari si conosce il territorio fisico, ma non il territorio vitale: le istituzioni, la loro storia, il modo di spendersi per il territorio. La conoscenza è la base di tutto, poi c’è la questione del governo. Bisogna avere una visione di un territorio, sapere qual è la prospettiva a medio e a lungo termine del proprio territorio, cioè qual è il tipo di sviluppo idoneo e il tipo di sviluppo proposto dalle forze politiche attraverso precisi progetti. Avere una visione vuol dire avere un progetto: partire dalla conoscenza di quello che c’è, cercare di armonizzarlo e dirigerlo verso la realizzazione di un reale sviluppo dell’esistente. Le visioni corte prima o poi vengono spazzate via. Il progetto, la visione deve essere concreta: ce ne dobbiamo ricordare quando andiamo a votare. Si avverte subito se uno vive il proprio territorio, se lo conosce, se lo ama e se attraverso le forze di tutti lo vuole portare verso mete più avanzate.
Come è possibile convincere le persone della necessità di condividere la cura degli spazi urbani, specie in periodi così critici? Ora, insieme alle lattine e alle bottiglie, si vedono mascherine e guanti abbandonati nei parchi o nelle zone periferiche.
Il dopo virus (e speriamo sia davvero tale) impone un aspetto restrittivo molto forte. Chi non comprende le regole con le buone, le deve capire con la cattive. Ci sono le forze preposte per far rispettare le regole. Anche un negoziante è un preposto all’ordine nel suo locale. L’altro aspetto è quello della responsabilità dei cittadini. Siamo frastornati, ma dobbiamo avere la pazienza di avere la responsabilità.
Nel nostro paese con l’elezione diretta del sindaco in 20 anni abbiamo avuto tre scioglimenti anticipati del consiglio comunale. Attualmente, con le dimissioni della Sindaca Anna Zaccheo, a Palazzo San Domenico c’è la Commissaria prefettizia Riflesso. I sindaci dimessisi sono tutti ottimi professionisti, ciascuno nel suo campo, e tuttavia non sono riusciti a concludere il loro mandato. A settembre si vota. Come valuta questa situazione?
L’anello importante fra la persona perbene candidata e il territorio è il gruppo di collaboratori. Se quel gruppo non è professionalmente e tecnicamente valido ed eticamente perbene, tutto è vano. Accade quindi che chi governa non è supportato e non riesce a dare il meglio di sé e chi è governato non si sente considerato a dovere. Il passaggio decisivo è quello: di chi ti circondi. Se sbagli la squadra hai perso il 50% della partita. Non basta avere la mani pulite e tenerle in tasca. Il candidato sindaco deve creare un gruppo di livello. Questo accade ovunque. Se la persona perbene e competente si tira indietro sono pronti altri due o tre delinquenti a prendere il suo posto. Nel caso di Palo probabilmente va letta una crisi che ha radici più profonde per cui molte domande rimangono senza risposte.
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