Marco Perduca è stato senatore dal 2008 al 2013 nelle commissioni affari esteri, giustizia e diritti umani. Per 20 anni è stato referente alle Nazioni Unite del partito radicale transnazionale e ha organizzato diversi importanti convegni internazionali. In questo numero siamo riusciti a fargli alcune domande sulla importante relazione tra politica e scienza.

Ciao Marco, ci potresti spiegare cosa si intende per diritto alla scienza?
La scienza è menzionata già nella dichiarazione universale dei diritti umani come una delle attività da proteggere e promuovere. Negli anni poi si affinata la definizione di cosa s’intenda con scienza e nel 2020, grazie a un “commento generale” di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, non solo si è chiarito quali siano gli elementi che compongono questo diritto, ma si sono anche elencati quali sono gli obblighi degli stati per far sì che il diritto alla scienza venga fatto godere pienamente.
Sei appena tornato da Addis Abeba dove hai co-organizzato il VI congresso mondiale della ricerca scientifica. Ci sono stati dei risultati concreti che puoi consigliare anche per il nostro territorio locale?
Intanto la novità, almeno per quanto riguarda l’Associazione Luca Coscioni e Science for Democracy che hanno organizzato l’incontro, è che questo si è tenuto nella sede dell’Unione africana e il partner principale della riunione è stata la Commissione africana.
I dibattiti hanno fornito spunti per un lavoro successivo su almeno due temi specifici – le biotecnologie verdi e l’accesso aperto alla letteratura scientifica – ma hanno anche lanciato una campagna globale a sostegno del diritto alla scienza che prevede la ratifica di un patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che dia la possibilità a persone che ritengono di avere i propri diritti violati e di non aver ottenuto adeguata attenzione a livello nazionale di adire a una (quasi) giurisdizione internazionale.
Vista la tua esperienza in vari organismi internazionali, cosa, secondo te, diventerà necessario migliorare per gestire situazioni emergenziali, tipo questa che stiamo vivendo?
Occorre investire nella ricerca per consentire approfondimenti vasti su quanti più temi possibili, dal campo biomedico a quello vegetale ed ecologico, per facilitare l’elaborazione dell’enorme massa di dati prodotti tanto dalla scienza quando dai nostri comportamenti quotidiani.
Fermo restando la necessità di adottare regole sui “prodotti finali” della scienza e le loro applicazioni, la libertà di condividere le scoperte, la conoscenza, e la libertà di movimento degli scienziati, non deve essere assoggettata a “ragion di stato” che, in alcuni paesi, hanno fatto arrestare o multare persone impegnati in campi come il nucleare o la virologia.
Credi che la Cina stia facendo abbastanza per condividere le informazioni che per primi hanno acquisito sul campo?
Oggi, forse si, ma se il povero Li Wenliang (il medico che a fine 2019 si accorse di una “nuova SARS”) fosse stato ascoltato, probabilmente il contenimento del coronavirus sarebbe stato attivato con un paio di settimane di anticipo. E invece fu zittito, multato e pubblicamente umiliato. Il comportamento di quel medico però, che decise di tornare in corsia per poi morirci per non aver prestato costante attenzione alla propria profilassi, ci lascia ben sperare.
La comunità degli scienziati, nella stragrande maggioranza dei casi, lavora per il “bene comune” ed è pronta a condividere quanto sa e quanto cerca di scoprire e lo fa in modo trasparente e collaborativo.
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