«Delle donne che partecipano alla resistenza si parla poco, anche se costituiscono una seconda linea, nascondendo, aiutando, cooperando, sostenendo i loro uomini o quelli che possono essere i loro figli e i loro mariti. La guerra di liberazione non ha sesso. Tutti, uomini e donne, hanno subito la tracotanza nazi-fascista, tutti concorrono alla redenzione del paese». Questo è un passaggio del libro “Dal regno alle repubbliche del Sud” il saggio pubblicato da Dino Tarantino nel 2006.

Il volume espone gli avvenimenti de “La Puglia dal fascismo alla democrazia 1943-1944”, due anni che hanno ribaltato completamente la traiettoria storica dell’Italia fascista e che vengono raccontato dall’autore grazie al supporto di una enorme mole documentale ma nello stesso tempo entrando nella Storia e descrivendo la storia di tante persone pugliesi e cercando di trasmettere oltre ai fatti anche l’aspetto emotivo del momento come potrebbe fare un narratore di romanzi.
Purtroppo nei mille episodi esposti da Tarantino nessun episodio rilevante accade nel nostro paese e allora per restare sul tema delle donne seguiamo le tracce di un altro volume, monografico sull’universo femminile di Palo del Colle, scritto da Angelo Quatraro “Palo e le sue Donne”, che illustra le storie e i volti maggiormente rappresentativi dell’universo femminile palese.
L’autore ci ricorda come «le sorti della Terra di Palo non poche volte sono state nelle mani del gentil sesso» ma «La donna che tuttavia ha inciso in modo determinante e che ha scolpito il suo nome nella storia della Terra di Palo è stata Bona Sforza».
Giunse a Bari nel 1501, quando sua madre, Isabella d’Aragona, prese possesso del ducato di Bari. La morte di «Francesco, unico figlio maschio indusse Isabella d’Aragona ad attivarsi per assicurare alla figlia Bona un buon matrimonio “politico”». La scelta cadde sul «Re di Polonia, Sigismondo I detto il Vecchio, rimasto vedovo e senza prole» e nel 1517 avvenne il matrimonio.
Da Regina, Bona Sforza, “assolse” primariamente ai suoi doveri di moglie, dato che tre anni dopo aveva già dato un erede maschio ed in questo modo «trovò l’incondizionato sostegno del marito» svolgendo «un ruolo molto innovativo» nell’evoluzione culturale della Polonia, chiamando dall’Italia musicisti, artisti e letterari.
Nel «1524 Bona Sforza ereditava il ducato e le Terre di Modugno e Palo» e anche se la sua dimora era in Polonia «le terre baresi furono governate indirettamente da Bona la quale si avvalse di uomini di sua fiducia che la informavano costantemente su quanto succedeva». La gestione oculata del suo ducato non impedì che «l’opera di Bona a favore di Palo viene descritta prodiga e benefica». Secondo la tesi di laurea scritta Maria Grazia Montedoro «le benefiche concessioni che i palesi ottennero dalla Regina Bona Sforza determinarono un rinascimento economico, demografico e culturale che portò al completamento della Chiesa Matrice».
Chissà come poteva essere la vita di una donna, che diventata regina, cercava di affermarsi, grazie alla sua tempra e volitività in un mondo dominato dal “maschilismo reale” e come negli ultimi anni della sua vita, ritornata a Bari, gestiva il suo ducato dovendo dare continuamente delle disposizioni a degli uomini e poi dagli stessi ascoltare i resoconti del loro operato. Forse una donna seppur di alto lignaggio per potersi far comprendere pienamente da questa pletora di collaboratori doveva cercare di usare un linguaggio elementare e cercare di pensare come un uomo e forse anche questo racconta la solitudine femminile in un mondo creato ad immagine e somiglianza degli uomini.
Dal 1494 anno di nascita di Bona Sforza al 1968 passano quasi sei secoli. È l’anno in cui viene alla luce Santa Scorese, nulla lega la vita di una regina da quella di una giovane donna che in un percorso di fede cerca di vivere intensamente un personale stato spirituale, ma questa ricerca viene interrotta da un uomo che si è avviato in un altro percorso, diverso, perverso ed opposto, ambisce a prevaricare quelle che sono le aspirazioni di Santa.
In una prefazione del libro “L’attirerò a me” che riporta il diario della Scorese del 1991 il prof. Dino Tarantino scrive «Quello di Santa non è il diario di una giovane, ma la storia di un rapporto. È lo struggente romanzo d’amore per Gesù, della scoperta, consolidamento e perfezione di un sentimento d’amore per Cristo che induce Santa un processo di ascesi e di totale configurazione in Cristo».
Ma questa ricerca spirituale viene interrotta dalla prevaricazione, la solita azione degli uomini per affermarsi nei confronti delle donne. Tutte le regole sociali erano state create per far diventare normalità questa sopraffazione, ma il ’68 è l’anno in cui le donne hanno iniziato il cambiamento di queste regole ed il prezzo nel 1991 come nel 2021 è lo stesso. Da una prepotenza codificata, soprattutto all’interno dei codici familiari, si è passati ad una violenza cieca, oggi lo chiamiamo femminicidio.
Sono stati tanti i modi con cui le giovani donne palesi hanno cercato di affrancarsi dal solito ruolo subalterno a cui venivano relegate all’interno della società locale, uno del più formativi, eleganti e faticosi è quello della danza.
«Era il 1980 quando in Palo del Colle si apriva la prima scuola di danza denominata “INSIEMEDANZA” ad opera di Rita Ledere, dopo nove anni la direzione della scuola veniva rilevata dalle sorelle Maristella e Gabriella Pellegrino che riuscivano a dare una propria impronta. Intanto la scuola prendeva una nuova denominazione “GISELLE”».
Presso Giselle le insegnanti «educavano all’ordine, al rigore morale, alla precisione, alla costanza, alla disciplina, forgiando i loro corpi e le loro personalità» e tutto questo ha creato bellezza anche nelle generazioni successive. Continuando ancora adesso anche con l’apertura di molte altre scuole di danza.
Per concludere questo immaginario viaggio nel tempo del mondo femminile palesi ci affidiamo alla felice penna di Paola Zaccheo che ha scritto “Fiore e Partigiano” un racconto sull’amore ai tempi della guerra. Alla protagonista regala una poesia da dedicare al suo amato uomo, o forse al suo ideale: Occhi di luce/a lungo sognati/in ogni sentiero cercati/come si cerca un tesoro prezioso/a lungo desiderati/come si desidera/il pane/quando si ha fame/come si desidera l’acqua/quando si ha sete/Occhi belli/da baciare/Calamite di bellezza/Nitidi chicchi di melograno splendente/Occhi di fuoco/occhi di ghiaccio/Occhi di luce/Luce dei miei occhi/Mio partigiano/dove sei?/Ritorna/Ti prometto ogni bene.
Sono parole che ogni donna vorrebbe vedere spuntare dalle sue labbra, anche quando, in fondo, il proprio uomo non le merita o forse proprio per questo, perché nel mondo femminile l’ideale è una premessa per una promessa futura.
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