di Virgina Bufano e Celeste Lanzellotto
Ancora oggi, in una società culturale come la nostra, rilevante è il concetto di “violenza di genere” che non consiste solo nell’aggressione fisica ma anche in vessazioni psicologiche, ricatti economici, minacce, varie forme di violenza sessuale e persecuzioni. Compiute da un uomo contro una donna in quanto donna.

A volte sfocia nella sua forma più estrema, il femminicidio o, in molti casi, uxoricidio nel senso di uccisione della moglie. Si tratta di una violenza diffusa in tutto il mondo, legata alla strutturale disparità sociale, economica e di potere tra uomini e donne, dettata da un atteggiamento culturale prettamente patriarcale che vedeva nella donna un essere inferiore o privo di valore. Un esempio è quello della violenza domestica, fortemente correlata al concetto di potere: il suo vero obiettivo non è esclusivamente quello di provocare dolore o sofferenza fisica alla donna, quanto piuttosto quello di sottometterla, umiliarla, piegarla ed ingessarla dentro mille forme diverse di paura.
Ciò che innesca la violenza in un uomo è molto spesso l’impulsività, che nasce dall’accorpamento di una minaccia per la perdita di qualcosa che gli appartiene e affiancata dalla sua rabbia che ha una fondamentale funzione umana: segnala la presenza di un’ingiustizia e crea una spinta verso la riparazione del danno subito. Ma è un’emozione forte che richiede un’appropriata regolazione, una gestione non cruenta: l’uomo che commette un femminicidio è un uomo che, soggiogato dalla propria rabbia, non è capace di governarla e metterla al servizio di un discorso, ma la fa esplodere agendola sull’altro con violenza.
Molto importante risulta essere la prevenzione. Si deve insegnare alle donne a chiudere i rapporti con uomini che esibiscono comportamenti violenti di qualsiasi tipo: i segnali devono essere colti prima che si trasformino in tragedie.
Nel nostro territorio è stato inaugurato il 24 novembre 2017 un centro antiviolenza “Le Rose di Atacama”, punto di riferimento per tutte quelle donne che vivono quotidianamente situazioni silenziose di maltrattamento negli ambienti familiari. Destinato ad essere la mano tesa della Comunità Palese per dar loro un concreto sostegno, così però non è stato.
Solo grazie al numero 1522 e ai mezzi odierni (associazioni, volontari, eventi,…) siamo in grado di offrire aiuto, auto-determinazione, empowerment, anti discriminazione e gratuità che avviano la donna accolta o ospite verso la libertà e la riconquista della propria autonomia, indispensabile per proiettarsi verso un futuro scelto e non imposto con il sopruso.
Due rilevanti associazioni limitrofe che hanno avuto nel corso del tempo notevoli segnalazioni, anche da parte del nostro paese sono: “Io sono Mia” e “Giraffa Onlus”.
“Io sono Mia” nasce a Bitonto inizialmente nel 2013 come centro anti-violenza attenta a livello nazionale e regionale per il lavoro di prevenzione svolto sul territorio. L’associazione ha attivato nel 2015 uno sportello informativo per donne che subiscono violenza. Il centro in quattro anni e mezzo di attività sul territorio, di cui quasi tre di attività di sportello informativo sito in piazza Aldo Moro, ha raccolto i racconti di una cinquantina di donne che si sono avvicinate grazie segnalazione dei servizi , numero di sportello dedicato, per conoscenza personale e tramite la pagina Facebook di “Io sono mia”. Alcuni casi sono stati segnalati dai Servizi Sociali o dalle Forze dell’Ordine a seconda della gravità. L’età media della denuncia ha coinvolto donne dai 20 ai 70 anni e il ceto sociale delle vittime è vario.
L’obiettivo finale è quello di sensibilizzare il più possibile l’intera comunità, attraverso attività culturali quali flash mob, eventi teatrali, rassegne e laboratori per genitori, bambine e bambini tutti legati dal fine unico, ovvero quello della prevenzione su questo fenomeno.
“Giraffa Onlus” è nata nel 1997 a Bari sulla base di una esperienza di donne che parlano e affrontano un tema allora sottovalutato. Sulla modalità per dare aiuto concreto in modo continuativo a donne in difficoltà, Giraffa ha organizzato quasi subito la propria azione politica e culturale attivando un vero e proprio centro d’ascolto (aperto durante la tratta delle donne per sfruttamenti sessuali e attivo ancora oggi con l’introduzione di nuovi rapporti quali fiducia tradita e vittimizzazione secondaria). Per Bari e per la Puglia era una grande novità.
Ed oggi, se molte città anche della Regione, stanno lavorando per aprire altri centri, significa che il cammino iniziato alla fine degli anni Novanta ha prodotto risultati convincenti nella pratica di aiuto alle donne.
Gli ultimi dati riguardanti la violenza sulle donne e gli episodi di femminicidio sono sconcertanti e richiedono la presenza di istituzioni e associazioni di assistenza sociale sempre più formati e capaci di valutare il rischio, intercettare i fattori scatenanti di fenomeni di sudditanza fisica, psicologica ed economica e aiutare chiunque si rivolga ad essi.
Non avere un centro anti-violenza all’interno del proprio paese spinge molte persone a chiudersi ancora di più e sentirsi sempre impotenti per cambiare la propria condizione. Si rischia così di generare situazioni taciute e irrisolte tali da non avere nemmeno la forza giusta per poter telefonare e immaginare che qualcuno, di effettivo, possa essere d’aiuto.•
oppure
Questo numero è offerto da

