Abbandonando il pensiero duale

di Leonardo Giovanniello

Quando Olha Savenets prende la parola sappiamo bene cosa potrebbe dire eppure tutti sono pronti ad ascoltarla, come succede durante una funzione religiosa dove le parole del sacerdote ripercorreranno i passi delle Sacre Scritture appena lette.

Siede sulla poltrona con un foglio in mano, in una postura raccolta, come se oltre leggere le parole scritte in un italiano imparato da poco sente il peso di dover rappresentare un popolo in un momento tragico della sua breve storia.

Sin dall’inizio è chiaro il tono del suo intervento «Buonasera, ma non posso dirlo ai miei parenti ed amici e connazionali in Ucraina». per poi ricordare la data che ha dato inizio alla guerra di aggressione russa e che oramai è diventata paradigmatica perché da quel giorno il mondo ha preso una nuova traiettoria storica «Dal 24 febbraio i giorni e le notti non sono buone per noi, alle 5 di mattina mia cugina spaventata mi chiamò e mi disse che in un aeroporto militare era stato bombardato a pochi chilometri da casa sua. Poi tutti si resero conto che la guerra era iniziata. Iniziò l’inferno per coloro che sono andati a difendere il proprio paese e coloro che hanno trascorso le fredde notti dell’inverno nei rifugi antiaerei riscaldandosi i propri figli e pregando Dio di salvare la vita».

Conosciamo tutti questi eventi, le immagini dei telegiornali, i reportage giornalistici, eppure descritti da una testimone diretta le parole assumono una connotazione di unicità. «Molti hanno lasciato le loro case, tutta la loro vita, i progetti, le speranze per il futuro e sono stati costretti a salvare i bambini dalla nuova invasione nazista contrassegnata dal simbolo zeta. Ora il pacifico paese agricolo ai confini dell’Europa sta pagando un prezzo molto alto, non dimenticheremo mai i 30mila civili uccisi nella sola Mariupol, non dimenticheremo mai i 215 bambini uccisi e i quasi 400 feriti, le migliaia dei residenti torturati nella regione di Kiev a Bucha, Borodyanka, Irpin».

Queste ultime parole sono pronunciate con la voce sempre più flebile, che riprende vigore quando Olha parla dell’aggressore «Tutto perché il male in questo mondo vuole vendicarsi del bene, perché una società senza valori morali vuole togliere la vita a tutti. Ma Putin e i suoi banditi non hanno tenuto conto di una cosa, l’Ucraina non è sola, il mondo intere è con essa oggi, ringrazio Dio e tutti voi per questo sostegno straordinario per l’unità delle opere e per l’unità delle anime ora so che il male non prevarrà perché siamo insieme viva l’Italia, slava l’Ucraina».

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La testimonianza di Olha Savenets avviene a Rigenera in una serata all’insegna di due parole: pace ed accoglienza. Leo Maggio, moderatore dell’evento, spiega come nasce questo incontro organizzato da Nicola Vero «L’idea di questa serata mi è venuta leggendo il libro di Gabriella Falcicchio “L’atto atomico della non violenza” perché mentre guardavamo le bandiere della pace ci chiedevamo con Nicola Vero come potevamo organizzare un incontro che mettesse insieme delle storie di pace, di accoglienza e che in genere ci facessero riflettere su questo periodo insieme alla storia di accoglienza di Floriana, di Rocky e di Michele».

Dell’accoglienza ne parlano le ultime tre persone nominate, protagonisti di una gara di solidarietà partita con intenti minimali ed arrivando a coinvolgere interi paesi. Tutto inizia da una domanda dialettale semplice «Vabbè ma nud a ma fa» chi la pronuncia è Rocky della Guardia, il quale insieme alla sorella Floriana e all’amico Michele Ianieri la eseguono.

Per Michele «È stata una fortissima esperienza umana che non avrei voluto fare». Mentre è Floriana che prova a descrivere la frontiera tra Polonia e Ucraina luogo di arrivo del loro viaggio «Non ci sono tantissime parole per descrivere quello che abbiamo vissuto, è stato qualcosa che ha coinvolto le emozioni e che abbiamo ancora poco razionalizzato. Abbiamo avuto l’opportunità di vivere l’angoscia, non è facile empatizzare con chi arriva dopo giorni e giorni di cammino e nei loro occhi vedi che si chiedono se avranno ancora una casa. Fai fatica ad entrare in sintonia perché appare inconcepibile mettersi nei panni di qualcuno che da un giorno all’altro perde tutto e tutti».

Eppure un momento di condivisione lo trova e sollecitato da Leo Maggio lo racconta «Tra il materiale che abbiamo preparato c’erano alcuni con bolle di sapone, giocattoli cose per i bambini, chi ci accompagnava ci diceva che i bambini non si avvicinavano, effettivamente noi sembravamo gli stranieri che fanno visita la rifugio. I bambini restavano lontani, malgrado vedevo nei loro occhi che si dicevano: ma loro che ne sanno cosa abbiamo sopportato. In quel momento mi sono sentita bambina e mi sono messa a fare le bolle di sapone fintanto che non si è avvicinato il primo bambino e poi seguiti da gli altri come api attirate dal miele. In quel momento ho condiviso uno stato emotivo tra gioia e dolore pensando al vuoto che si era creato nell’animo di quei bambini che temevano qualsiasi novità ma adesso erano anche felici per le bolle di sapone». 

Della pace, all’inizio della serata, ne parla Gabriella Falcicchio, professoressa universitaria di pedagogia, ricordando come per Johan Galtung: «La pace si raggiunge solo con mezzi pacifici» ecco perché le pratiche di non violenza sono centrali. L’autrice ricorda come rispetto ai millenni in cui la guerra è stata l’unico modo di risolvere le controversie la pratica della non violenza è una soluzione molto più recente ed Aldo Capitini ne è stato uno studioso tanto importante quanto marginalizzato. Con il titolo del libro l’atto atomico della non violenza«Capitini ribalta l’uso dell’aggettivo ricordandoci come l’atto atomico non l’ha inventato l’essere umano in quanto esiste in natura, è una forza interna che è stata fatta diventare una forza distruttiva, in quello che è atomico c’è una energia della natura “bisognerà pure che scoppi in questa realtà inadeguata l’atto adeguato, l’atto atomico della non violenza”».

Tornando alla nostra triste attualità quando Leo Maggio ripete una frase che ci diciamo e leggiamo in questi giorni (“la pace si fa in due”) nella risposta Gabriella Falcicchio segnala come anche questa narrazione fa parte di un errore concettuale «Il due è un problema la pace si fa almeno in tre, l’escalation è tra due. Il due è anche un problema perché veniamo da millenni di pensiero dualistico, questo è il pensiero che spacca la dialettica portandoci o da un lato o dall’altro, anche il nostro linguaggio è pieno di pensieri dualistici che spaccano la realtà in due. La fertilità viene dal terzo esattamente come da due esseri umani viene il terzo, il figlio».

Quando esco da Rigenera restano tra i pensieri le parole degli aggrediti, degli accoglienti e del pensiero non violento. Almeno per una serata il pensiero dualistico sarà superato. Ma è solo un momento perché al termine della strada che percorro trovo un bivio con due sole strade da scegliere, mi consolo pensando che forse è per questo che sempre più spesso si percorrono le rotonde.

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