“ La compassione cristiana, il soffrire con, con-passione, si esprime anzitutto nell’impegno di conoscere gli eventi che spingono a lasciare forzatamente la Patria e, dove necessario, nel dar voce a chi non riesce a far sentire il grido del dolore e dell’oppressione”.
Palo del Colle conosce, dà voce, accoglie queste parole di Papa Francesco, e con profondo senso umanitario diventa casa per le famiglie ucraine fuggite dalla guerra. Con mezzi carichi di medicinali, abiti, giocattoli, coperte, cibo e matite colorate, il 13 marzo è partito il viaggio della speranza in Polonia, a Hrubieszow, in un campo profughi al confine con l’Ucraina.
Ohla Bohdana , insegnante universitaria di 46 anni, ed i suoi figli di 4 e 8 anni, è arrivata a Palo con un bagaglio di paure e incertezze, sperando di avere una possibilità di rinascita in una terra nuova.

Dopo non poche difficoltà l’ho raggiunta telefonicamente, il suo italiano è già buono ma lei si scusa e capisco che le è più facile elaborare alcune parole in inglese. Con una voce dolce e serena mi racconta la sua storia:
“Sono molto contenta perché posso lavorare a scuola, i miei figli possono studiare e parlano già un po’ di italiano e sono contenti per la scuola, i maestri, gli amici. Viviamo in casa di una professoressa di scuola media. Siamo partiti per la Polonia 5 giorni prima dell’inizio della guerra, sapevo che la guerra sarebbe arrivata e mio fratello che vive in Polonia da 20 anni, è un traduttore per l’Università, ci ha ospitati. Quando la guerra è iniziata mio marito è venuto in Polonia e poi abbiamo ricevuto un’offerta per andare in Italia. Era una decisione quick fast (veloce veloce), ma sono contenta perché abbiamo avuto una chance to see a new country ( una possibilità di vedere una terra nuova), lavorare, e fare una cosa che mi piace, sono full of energy! (piena di energia).
I miei figli hanno 4 e 8 anni, sono piccoli, sono stati contenti e non è difficile per loro comunicare e studiare una lingua nuova e poi sono con i loro genitori. Mio marito è qui con noi, lui lavora online per l’Università di Kiev, fa lezioni per i suoi studenti in Ucraina. In Ucraina ho lasciato mia figlia perché ha un ragazzo e non vuole lasciarlo, e i miei genitori. Non si trovano in zona di guerra, sono contenta perché sono in safe (al sicuro). Ogni giorno chiamo mia mamma e mia figlia, dicono che la situazione è difficile non hanno any hope (alcuna speranza) che la guerra possa finire prima della fine dell’estate. Non so se quando la guerra finirà torneremo in Ucraina, la situazione con la scuola e con il lavoro è molto difficile, non posso dirlo adesso se torneremo lì. Mio figlio Dimitro scrive meglio in italiano che in ucraino, perché he spends more time (passa molto tempo) a studiare, fare esercizi. Il piccolino ripete molte parole che sente a scuola, sta imparando tanto.
In futuro voglio comprare una macchina, a Kiev usavo i mezzi di trasporto pubblici perché è molto difficile lì trovare parcheggio. Devo imparare bene l’italiano, era il mio sogno perché la tua lingua è bellissima, è musicale. Ora ho la possibilità per farlo e sono felice”.
“Sono felice”. Sorride Olha mentre pronuncia queste parole, sento davvero questa felicità nella sua voce che trema, provo ad immaginare scene di vita quotidiana, i risvegli sereni, il lavoro, la scuola, la normalità riconquistata, l’ora di cena in cui la famiglia si riunisce. E poi gli abbracci, che stemperano le grandi domande sul futuro, che sciolgono i nodi, attenuano le paure e riconciliano con il mondo.
Grazie Olha, la nostra speranza è di poter raccontare altre storie come la tua.
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