FUORILUOGO

di Franco Taldone

Francesco Piperis, laurea in Scienze Politiche, giornalista, speaker radiotv e operatore culturale. Tra Radio Charly Bitonto e RBE Radio & TV (1987-2026) ha raccontato l’attualità, il sociale, la cultura.  

Ha pubblicato nel 1997 per Edinsieme “Parlo piano perché ho paura… Un obiettore fra i ‘suoi’ bambini”.  Dal 2001 al 2009 ha curato per l’ufficio stampa del Gruppo Abele di Torino l'”Annuario sociale” poi “Rapporto sui diritti globali” (Edizioni Ediesse e Feltrinelli). 

Dice di sé che “la parola è la linfa del suo agire, la radio il suo amplificatore, e che libri, musica e cinema non gli hanno salvato la vita ma l’hanno resa decisamente migliore”. 

D: Secondo la celebre distinzione di Marshall McLuhan, ci sono “media caldi” e “media freddi”. I primi sono ad “alta definizione” e richiedono all’utente un basso grado di partecipazione; i secondi sono a “bassa definizione” e richiedono un’alta partecipazione dell’utente per completare il messaggio. Tra i “media freddi”, secondo il grande canadese, c’è la televisione, che produrrebbe allucinazione; tra i “caldi”, la radio, che, invece, produrrebbe ipnosi. Umberto Eco, a diciassette anni, scrive, ipnotizzato, una struggente canzone dedicata alla radio. 
È ancora “tutto qui’, secondo te, il fascino della radio, in quest’ “alta definizione” della voce che ipnotizza? 
R: Per quanto mi riguarda sono dentro quell’ipnosi da almeno 40 anni! La prima volta che sono entrato in uno studio radiofonico ero adolescente e l’attrazione verso i microfoni e le strumentazioni è stata fatale. Ho avuto una sorta di rivelazione: quello era uno spazio di libertà dove poter raccontare storie, presente, cultura come soffiando dentro un megafono collegato a tante persone contemporaneamente. Una sorta di “rito collettivo” all’interno del quale si può condividere un’esperienza che smuove dentro. 

Ho visto, in questi quarant’anni, cambiare tante volte la radio, soprattutto sul versante tecnologico, ma resta chiaro l’orizzonte: condividere il pensiero, agganciare menti, attivare consapevolezza.  

Mi sono occupato, e ancora mi occupo, di attualità e di cultura, ogni giorno, soprattutto in radio, in onda, in diretta. C’è una sorta di magia, potente, che avvolge lo studio e che si irradia dai microfoni, verso chi ascolta. La voce, con le sue frequenze, la sua temperatura, le sue incrinature, il suo calore (o la sua distanza) resta, per me, il modo per creare ponti: condividere una notizia, la bellezza che ho sperimentato ascoltando un disco, leggendo un libro, vedendo un quadro. Sono queste azioni che amplificano la loro forza e capacità di contagio in maniera assoluta attraverso la radio, che ha 102 anni e che gode di ottima salute. La televisione (almeno quella italiana) ha 72 anni ma credo non sia ugualmente in salute. Michael Zadoorian ha scritto un romanzo bellissimo avente al centro la radio (“Beautiful Music”, Marcos y Marcos): «Eccoci! Che cosa vuoi ascoltare? (…) Non riesco a parlare, catapultato di colpo in un mondo dove agli adulti interessa quello che voglio io. (…)». Quel mondo è la radio la cui soglia ho varcato per la prima volta a metà degli anni Ottanta a Bitonto. Oggi, quotidianamente, abito in una radio in Val Pellice in Piemonte. 
D: Secondo un luogo comune, il linguaggio usa la voce. Niente di più falso, obietterebbe Aristotele: il linguaggio è “nella” voce. Dunque, è “nella” voce e non “con” la voce che si articola un pensiero, rispetto al quale non ci si può che mettere in ascolto. 
È quanto riprende uno splendido libro di Agamben, “La voce umana”. 
La radio rappresenta, a tuo avviso, un preziosa resistenza per poter ancora ascoltare il pensiero “nella” parola – parola, invece, perlopiù chiacchierata dagli attuali allucinatori “media freddi”? 

R: Questo è il punto. Motivo per cui ribadisco che la televisione sia alquanto malata, proprio perché declina la parola in chiacchiericcio, creando una allucinazione collettiva utile al controllo degli spettatori (che sono anche consumatori ed elettori). 
La radio, al contrario, chiede all’ascoltatore la sottoscrizione di un patto: l’attivazione del pensiero, del ragionamento, del senso critico, dell’indignazione o della partecipazione emotiva rispetto al contenuto proposto. La radio è il medium che custodisce (ancora) il seme buono e prezioso della resistenza alla mediocrità, alla superficialità, al cinismo, alla cattiveria, alla violenza. Perché, ancora oggi, considero la parola come strumento che realizza compiutamente la libertà di espressione. E la parola è carburante pulito dentro il motore dello strumento radiofonico. 

Nel romanzo di Francesco Abate “Gli indegni” (Einaudi Stile Libero), un personaggio dice: “Noi siamo la musica che ascoltiamo (…) i libri che leggiamo” e, aggiungerei, le trasmissioni che ascoltiamo, i pensieri che ci arrivano da una radio (in macchina o dallo smartphone non importa). E anche se «la qualità del suono è quella che è (…) se la musica che sparano è questa e non la solita melassa per me va benissimo» (Abate, cit.). 

“Fare la radio” oggi, per me, è un modo per rimandare la fine del mondo, continuare a credere, ostinatamente, che il pensiero e la parola possono creare consapevolezza e comunità. On air. 

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