“Dopo due anni e mezzo, pensavo di essere pronto”. Così, in prima battuta giocosa, Tommaso Amendolara ha risposto alla mia domanda se ci sia e quale sia, nel suo caso, quell’idea o sostrato politico, a cui un amministratore, una volta eletto, trovandosi nel mulinello delle necessità della democrazia procedurale o delle ansie da realismo, deve un po’ rinunciare, pena il rischio di apparire politicamente orientato, scorretto, parziale, di fronte al cittadino “homo democraticus” (figura, secondo Cacciari, con la quale innanzitutto, tutti i poteri contemporanei sono in rapporto di “scambio”, e, se si vuole, affine all’”uomo del sottosuolo” di Dostoevskij, “che percepisce tutti i propri diritti come assoluti”).
Ha poi aggiunto, più introspettivo: “E’ fondamentale, nell’esercizio della funzione, aver sviluppato, negli anni, degli elementi fondativi e certi per il tuo impegno. Quando ti rendi conto che la giostra non gira tanto velocemente quanto vorresti, hai bisogno di punti di riferimento saldi che non puoi costruirti mentre fai il sindaco. Il percorso deve essere strutturato nel tempo. Il profilo politico, ideologico, deve essersi delineato nel tempo, non può formarsi durante un mandato.”
Dunque, una politica meno come fine che come mezzo, tecnica acquisita ma perfettibile di governance di una comunità.

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