Il questionario di Proust – 81

di Franco Taldone

Semmy Marziliano, di Bitetto, dove ha fondato “Legno di Puglia”, azienda che usa, come materia prima, le tante specie legnose di Puglia, “terra – rivela – tra le più povere di boschi, ma la più ricca per le essenze legnose di cui recuperiamo i tronchi che, per diverse ragioni, vengono abbattuti e che avrebbero come destino la sola distruzione, per poi trasformarli in creazioni di design dal valore artigianale”, mi parla del legno d’ulivo.

Sofocle nell’Edipo a Colono dice che l’ulivo è “pianta indomabile”. Com’è lavorarlo, il legno d’ulivo?

E’ come lavorare con una sintesi perfetta degli odori, i sapori, le caratteristiche climatiche geografiche della Puglia. Regione scarsamente piovosa, che costringe l’ulivo ad un accrescimento volumetrico assai limitato, con vasi linfatici a lume molto piccolo e, quindi, con una porosità interna altrettanto limitata. Inoltre, l’ulivo pugliese subisce una torsione, trovandosi nel nostro emisfero, in senso orario, che deforma le fibre in modo singolarmente complicato: tutto queste rende, dalle nostre parti, il legno d’ulivo difficile, appunto, da domare. Ma una volta lavorato conserva tutta la sua sintesi estetica di legno di Puglia: odoroso, tattile, cromatico – per me, è luminoso come un campo di grano.

Immaginando un accostamento arboreo, vedrei improbabile l’avvicinamento dell’uomo (almeno alle nostre latitudini) ad una betulla, o ad un pioppo; viene immediata, invece, la metafora uomo – ulivo. Non a caso, Carmelo Bene, altra irripetibile sintesi della Puglia, diceva di sé: “sono un ulivo sradicato che cammina”.

E’ così: vuoi perché l’ulivo è un sempreverde, vuoi perché, visivamente, è una pareidolia dell’umano – se si osserva l’apparato basale del tronco, è spesso divaricato, come fossero delle gambe articolate. Se poi pensiamo che l’ulivo difficilmente muore (nonostante il disseccamento da Xylella, si è osservato che l’albero si ostina a ricacciare dal basso), se pensiamo alla resistenza e alla resilienza millenarie dell’ulivo, alla sacralità del suo olio, viene certamente spontaneo il paragone.

Oggi, l’attenzione sembrerebbe puntata più verso la produttività dell’ulivo e meno alla cura dell’albero.

Devo contraddirti al riguardo: da almeno dieci anni a questa parte, si è capito che, proprio per ottenere un’olivicoltura più soddisfacente, occorre farsi carico di un diverso percorso di cura: potature non più drastiche, arature quasi scomparse, inserimento di tecniche agronomiche come la permacultura, fresaggio del terreno. Si è capito che non era la Xylella la sola responsabile del disseccamento, bensì la mancanza di una diversa gestione dell’ambiente in cui vive l’ulivo (mancanza dovuta anche all’accesso a sussidi, che ha indotto molti olivicoltori a trascurare l’ecosistema di cui l’ulivo è parte). Di questa diversa cura sono testimone io stesso, con un mio piccolo uliveto, e ne sono testimonianze i tanti giovani olivicoltori, che conosco, del mio paese.

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