Tra qualche anno della campagna olivicola 2023-2024 se ne parlerà come del periodo in cui l’oliva si era trasformata in oro verde.
La stima rispetto all’anno precedente è di un aumento della raccolta di olive dal 300 al 500 per cento, a questo si aggiunge un prezzo delle olive che è raddoppiato ed una resa migliore, si indica di un chilo in più, migliore dell’anno precedente. Insomma il lieto fine è assicurato per questa annata.
Delle problematiche sono emerse nelle settimane passate da una interessante discussione sui social. Partita da un post di S.F. che lamentava come in paesi a noi limitrofi le olive si vendevano ad un prezzo superiore del 20-30 per cento. Secondo S.L. la colpa andava ricercata nella situazione specifica di Palo dove «i commercianti fanno cartello, cioè impongono un prezzo basso per ottenere più guadagno possibile». La conclusione per l’autore del post era semplice «se tutti noi andassimo a venderle fuori Palo, ad esempio Grumo, vorrei vedere i commercianti di palo cosa dovrebbero fare»

Interveniva anche E.L. per spiegare il suo punto di vista: «La differenza tra l’interland Corato,Andria, Barletta e l’interland Palo del Colle , Grumo, Bitetto, Sannicandro (perché 100 euro non li pagava solo Palo ma anche Grumo, Bitetto e Sannicandro ) è la resa in olio. Se con un mercato che si attesta intorno alle 8,50 euro, le olive di Corato hanno 2 chili in più, le olive di Palo varranno 17 euro in meno. Ad ogni buon conto le olive oggi a Palo si pagano 110 e non 100 e che tra noi e Corato, Andria e Barletta mancano in media 2 chili di olio per quintale. Ma questa per gli addetti ai lavori è storia!! Tecnicamente questa è la spiegazione».
Quindi una resa di olio di due punti percentuali in meno produce una diminuzione di circa 17 euro, che ovviamente incide sul prezzo di chi intende vendere direttamente le olive. E.L. comunque indica anche una alternativa alla mera vendita di olive ai commercianti «Ad ogni buon conto sig F. se lei sa di avere una resa superiore può effettuare il conto deposito dove le pare senza infangare il lavoro condotto con serietà dagli operatori del settore».
La conclusione dell’autore del post, evidentemente non convinto, era la seguente «trovandomi a Corato si parlava del prezzo delle olive, in questi comuni la quotazione era di 123-125, mi chiedevano a quanto si vendevano a Palo e sentendo a 95 la loro risposta è stata quella di venderla da loro».
A Palo attualmente risultano esserci tre punti principali dove conferire le olive, sono due cooperative, (oltre ad altri piccoli frantoi privati) che dovrebbero coprire il 20-30 per cento della produzione locale e una azienda privata per la restante parte.
L’Oleificio Auricarro è una cooperativa fondata nel 1964, dichiara sulla pagina web che hanno circa 400 soci-produttori ed è possibile anche acquistare online, purtroppo non è stato possibile avere ulteriori informazioni data la mancanza di un confronto.
L’altra cooperativa è stata costituita solo a maggio scorso e si trova nella ex Cooperativa della Riforma Fondiaria. L’immobile è stato rilevato dal Consorzio Agrario d’Italia una delle più grosse società private di prodotti agricoli d’Italia ed ha concesso la gestione dell’oleificio a Puglia Olive, l’organizzazione regionale dei produttori che fanno riferimento a Coldiretti. Abbiamo parlato con Michele Volpe che approfondisce gli aspetti su come è organizzata la loro struttura: «sulle olive conferite viene anticipato un acconto ogni 15 giorni, pari a 740 euro per quintale di olio extravergine e di 800 euro per il biologico. La resa media è del 18,50 per cento» La neocooperativa grazie ai conferimenti dei soci Coldiretti «di Palo, Terlizzi, Ruvo Bisceglie ed altri paesi limitrofi» ha «già superato i 30mila quintali di olive» e contano, a fine campagna, di arrivare a 40 mila.
Il marchio Liantonio Almonds gestito dalla società i cui proprietari sono i fratelli Ezio e Francesco Liantonio rappresenta a Palo il maggior centro di acquisto di olive degli agricoltori palesi. Ezio ricorda che le olive vengono trasformate in «olio, tranne in caso di problemi su una delle due linee, la vendita di olive rappresenta al massimo il 10 per cento. Scarichiamo quasi 2500 quintali al giorno di olive. Facciamo sia il conto deposito che lavorazioni per singolo con imprenditori produttore se di quantità importanti. Lavoriamo oltre l’80 per cento della produzione palese».
Appurata l’annata eccezionale per quantità e prezzi qualche riflessioni appare necessaria sulla organizzazione olivicola pugliese, parlare solo di Palo appare oltre che riduttivo anche non risolutivo. Occorre partire da un dato fornito dall’Ismea (Istituto Servizi Mercato Agricolo Alimentare): la Puglia rappresenta il 50% produzione nazionale. Tenendo conto che la stima di Ismea prevedeva ad ottobre 2023 che Nord e Centro Italia avrebbero avuto una riduzione della produzione di oltre il 30 per cento e il Sud un aumento di oltre il 35, vuol dire che la produzione pugliese probabilmente nel 2023 rappresenterà il 60 per cento di quella nazionale, se non oltre.
A questa produzione che ci consente di essere leader in Italia non sembra corrispondere una ricerca di maggiore qualità. Obiettivo che era negli intenti quando nel 1997 l’olio del barese ha ottenuto la denominazione di origine protetta. Il Dop “Terra di Bari” venne diviso in tre sottozone chiamate “Castel del Monte”, “Murgia dei Trulli e delle Grotte” e Bitonto, il nostro paese rientra in quest’ultima sottozona ed appare francamente quantomeno insolito che diversamente dalle altre sottozone abbia una denominazione di un paese che ne fa parte e non da una parola maggiormente evocativa.
Ma non è certa questa l’anomali più importante, infatti la sola denominazione di origine protetta non basta a creare valore, perché manca un consorzio che riunisca gli imprenditori agricoli del barese e che permetta attraverso le economie di scala e la protezione del marchio di affermare la qualità del nostro olio e di conseguenza il suo prezzo. Esattamente quello che non è stato fatto.
Dalle parole degli operatori del settore locale, soddisfatti (giustamente) dell’annata olivicola, si coglie solo l’accettazione della situazione attuale, la necessità di aumentare la qualità dell’olio e di conseguenza aumentarne anche il valore non sembra attecchire. Neppure segnalando l’esempio del Consorzio Laghi Lombardi che indica come prezzo medio dell’olio 44 euro al litro. Vito Campagna presidente della sezione palese di Coldiretti delinea una dinamica del dop «le aziende agricole prendono un contributo regionale per la produzione di olio dop ma che oramai è diventato irrilevante in quanto sono aumentate le aziende che richiedono il contributo. Per questo adesso ci si sta spostando sulla produzione di IGP» e sulla qualità «gli altri hanno pensato a vendere e noi provvediamo alla produzione».
Ezio Liantonio chiarisce come funziona il mercato nazionale dell’olio «Sono discorsi complessi, il mercato dell’olio è in mano a pochi grossi imbottigliatori che detengono il mercato nazionale, alla fine l’olio ha lo stesso prezzo da Palermo a Milano, questo perché ci sono dei mediatori in zona che lavorano per le aziende che imbottigliano e riescono a calmierare il mercato». Il suo punto di vista sul tema della qualità è il seguente: «Noi siamo la produzione e dobbiamo preoccuparci di produrre, in Puglia è più difficile vendere a 44 euro l’olio rispetto al nord dove c’è meno produzione e sulla dinamica delle quotazioni dell’olio «auspichiamo che il prezzo qualora scenda nei prossimi anni non vada sotto i 7 euro in maniera che tutte le parti in causa, in primis gli agricoltori, vengano tutelati».
La situazione attuale quindi, in base ai nostri interlocutori, è abbastanza chiara e non facilmente mutabile. Mi chiedo soltanto se altre regioni si comporterebbero come la Puglia se avessero un controllo così marcato della produzione nel settore agricolo olivicolo, francamente credo che la Lombardia non avrebbe un comportamento così distratto. La nostra regione se davvero vorrebbe tutelare gli agricoltori pugliesi dovrebbe spingere per la costituzione di consorzi che dovrebbero portare gli agricoltori, nel loro interesse, a diventare consorziati di un marchio e di una organizzazione che davvero li tutelerebbe. Ma al momento i primi a cui manca la comprensione di come tutelare i propri interessi sono gli stessi che ne otterrebbero i maggiori vantaggi: gli agricoltori stessi.
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