Il questionario di Proust – 86

di Franco Taldone

Lello Sforza, giornalista pubblicista ciclista urbano e cicloviaggiatore europeo, ha fondato nel 1990 l’associazione di ciclisti urbani Ruotalibera Bari, di cui è stato presidente per 16 anni. Ha ricoperto cariche e incarichi nazionali e internazionali nella FIAB (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) Per 22 anni in servizio all’Assessorato ai Trasporti della Regione Puglia, dove si è occupato di mobilità ciclistica anche attraverso la gestione di progetti di cooperazione europea. E’ stato il primo mobility manager della Regione. Ha scritto la bozza del disegno di legge regionale (divenuto L.R. n. 1/2013) e di quello nazionale (divenuto L. n. 2/2018) sulla mobilità ciclistica. 

D: Qual è la visione di città sottesa ad una pista ciclabile? Quale mobilità le è implicita? Quali resistenze culturali solidificate deve superare? 

R: Per il trasporto di persone, merci, così come esistono reti stradali, ferroviarie, aeree, marittime, fluviali, i nostri territori dovrebbero disporre di reti cicloviarie opportunamente interconnesse con altre reti di trasporto: la bici è un veicolo a tutti gli effetti e non un giocattolo o un attrezzo sportivo. Così dice anche la legge regionale n. 1/2013 sulla mobilità ciclistica. 

Una pista ciclabile solitaria, orfana di uno strumento di pianificazione della mobilità urbana o metropolitana (PUMS) che non solo la collochi all’interno di un sistema di rete integrato e interconnesso ma sia pure finalizzato, attraverso misure materiali e immateriali, a spostare la mobilità da autoveicolare individuale verso altre modalità di trasporto (collettiva, condivisa, intermodale, ciclopedonale) meno impattanti su viabilità e ambiente urbano, può minare la serenità degli automobilisti abituati a sentirsi gli unici padroni della strada.  

D: Una pista ciclabile può essere anche un segno di soccorso verso chi ha difficoltà a percorrerla lentamente, una città (penso, ad esempio, ad un disabile su una sedia a rotelle)? 

R: Tutta la micromobilità (monopattini, skateboard, ecc.) oltre alle bici a pedalata assistita sono autorizzate a percorrere le piste ciclabili. Quindi un disabile non è detto che possa sentirsi proprio al sicuro sulle piste ciclabili.  

D: A tua esperienza e conoscenza, ci sono esempi modello di mobilità lenta, in particolare di piste ciclabili? 

R: Oltre le Alpi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Città dove si può vivere senz’auto perché sorrette da un sistema di trasporto pubblico e collettivo sono diffusamente presenti in Europa. Noi siamo ancora il paese della FIAT, siamo auto-dipendenti. Non a caso l’Italia è il paese più motorizzato d’Europa con circa 70 auto ogni cento abitanti, e circa il 90% degli spostamenti che avviene in auto. Germania e Francia sono rispettivamente all’8° e al 12° posto. Il che vuol dire che puoi vivere senz’auto. Un sistema ciclabile non è fatto solo da piste ciclabili ma da un mix di interventi infrastrutturali viari e di organizzazione e gestione del traffico e della viabilità in cui i servizi (cicloposteggi diffusi liberi e custoditi, assistenza, riparazione) e campagne di comunicazione hanno pure un ruolo centrale. 

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