Prosegue il dialogo con William Formicola, esperto in Beni Culturali presso il Comune di Bari, ex Assessore ai Beni Culturali della Provincia di Bari e del Comune di Modugno. William ha basato il suo lavoro di amministratore su un’articolata competenza tecnica nella macchina amministrativa, e, insieme, su una rara prospettiva sistemica, culturale – dimensioni, oggi, spesso sciaguratamente separate.
D: Quali sono i cardini di un regolamento da rispettare perché possa svolgersi un consiglio comunale autenticamente democratico?
R: Non penso ci siano leggi, disposizioni o regolamenti che tengano, se gli attori interessati non siano animati interiormente da un sincero spirito democratico. Non si può chiedere alle norme o ai regolamenti di supplire all’assenza di una cultura o di una formazione autenticamente democratica,che deve necessariamente albergare in noi quale presupposto imprescindibile per la vita di una democrazia che -a qualsiasi livello- si possa definire tale. Ne era già ben consapevole Aristotele (molto più di Platone che aveva qualche diffidenza culturale nei confronti della democrazia) che in una sua famosa opera, “La Politica”, affermava che è appunto sullo “spirito democratico” che si regge e si fonda la democrazia. Certo, è necessario che questo spirito democratico sia comunque filtrato, interpretato, e mediato dalle norme che regolamentino e disciplinino l’interagire degli attori della politica, ma non è da tali strumenti che si possa e si debba pretendere la garanzia di comportamenti autenticamente democratici. Oggi, c’è un’ipertrofia di norme che si propongono di regolamentare anche gli aspetti più minimali che riguardano – ad esempio, giusto per rimanere in tema – lo svolgimento di un consiglio comunale e che trattano i più svariati aspetti (disciplina degli interventi, delle votazioni, dell’accesso da parte del pubblico, delle registrazioni audiovisive, ec.) e la cui “ipertrofia”, più che essere segno di un interesse autentico per la democraticità dell’agire all’interno di un determinato consesso, sembra essere invece un sintomo emergente di una situazione di crisi profonda dello spirito e del senso democratico comune. Tacito affermava: “Corruptissima re publica, plurimae leges”, ossia, il proliferare di norme (anche e soprattutto quando queste non siano necessarie) è il segno di una “corruzione” dello Stato. In maniera analoga, si può affermare che la proliferazione di norme e discipline che hanno l’intento di garantire lo svolgimento democratico di qualcosa (ovvero la pretesa che siano le norme a farlo), sono il segno di uno spirito democratico di fondo, che inizia a venir meno. Un tempo la vita politico-amministrativa dei Comuni era retta da un Regio Decreto (R.D. nr. 383/1934), “Approvazione del testo unico della legge comunale e provinciale”, che stabiliva in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale ogni aspetto legato al funzionamento di questi Enti. Poi, vi fu l’avvento della Legge 142/1990, che, riformulando il vecchio impianto normativo, dette autonomia agli Enti riconoscendogli potestà Statutaria e Regolamentare, cosa che ha avuto quale conseguenza un caleidoscopio di piccoli ordinamenti interni, anche molto diversi e variegati fra loro, da Comune a Comune. Già questo basterebbe a poter affermare – in linea di principio – che, avere regole diverse per cose analoghe è un silente venir meno dei principi democratici: chi vorrebbe avere per una medesima partita, giocata su campi diversi, regole differenti? Ma la dimostrazione ancora più evidente è che rispetto al passato, in vigenza di norme apparentemente più stringenti ma uniformi, si assisteva a sedute caratterizzate da una assoluta compostezza e serenità di rapporti – pur in presenza di decise e marcate differenziazioni fra le parti, sul piano politico – che invece oggi, in presenza di norme regolamentari frutto di processi “democratici” interni allo stesso corpo politico-amministrativo, non siamo più adusi osservare, travolti dallo squallore e dal degrado dei rapporti (non solo politici ma anche interpersonali) fra gli attori delle assisi consiliari, solo per rimanere nel “campo” oggetto della nostra analisi, ma riproponibile ad ogni livello politico-istituzionale.
D: Rappresentazione, cerimonia, rito. Questi aspetti sono di solito considerati solo un po’ più che decorativi. C’è chi osserva però che, al contrario, sono fondativi. Che è propriamente il rito ciò dà valore: “irrito”, parola desueta, ma ancora usata nel linguaggio giuridico, significa infatti “che non ha valore”.
R: Sì, è vero, oggi la società ha la tendenza diffusa a considerare questi aspetti
come un qualcosa di inutile o di decorativo, e ciò nel caso migliore; in casi peggiori la considerazione è che addirittura rappresentino qualcosa di dannoso fino al punto da costituire vero e proprio intralcio alla reale essenza delle cose. Tutto ciò è purtroppo conseguenza di un processo culturale, in atto da decenni, di progressiva destrutturazione della società in ogni suo aspetto. Il diritto è, forse, l’ambito che ha goduto di una particolare resistenza a questo processo di semplificazione e di progressivo riduzionismo formale: proprio perché nel diritto “la forma è sostanza” (come recita un antico detto), si è avuto solo un rallentamento a questo inesorabile processo di destrutturazione, ma alla fine -purtroppo- anche il formalismo giuridico ha mostrato poderosi cedimenti. E questo non è un bene, perché il pedissequo rispetto della forma e, quindi, di conseguenza anche del procedimento, costituisce garanzia di equità ed imparzialità, principi di cui si nutre lo spirito democratico di una collettività. Purtroppo, nel momento in cui si è ritenuto che spogliarsi della “forma” a vantaggio della “sostanza” avrebbe rappresentato un valore apparentemente più vicino ad un’idea vaga di democrazia, si è caduti nel pericolo dell’arbitrio costante che è l’esatto contrario di ciò che è alla base dei valori autenticamente democratici. È quindi corretto sostenere che dal “rito” si è passati nell’”irrito”, cioè al privo di valore. È come se si sia pensato che una cospicua quantità di mattoni sparsi senza ordine ed altrettanta calce e cemento raccolta in cumuli, abbia lo stesso valore di un edificio correttamente costruito ed organizzato: la sostanza “materica” è la medesima, ma è la forma, l’ordine, la disposizione a dare valore agli elementi.
D: I macroscenari della politica mostrano una specie di affermarsi rassegnato dello “Stato discrezionale” sullo “Stato normativo”, secondo la distinzione di Ernst Fraenkel, per il quale il potere “discrezionale” tanto più si fa strada, quanto più è in grado di sospendere la norma di cui in questo modo si serve. Nel microscenario comunale, come tutelarsi da questa sospensione.
R: Penso che una delle cause che ha favorito l’insorgere (e costantemente alimenta), l’esistenza di uno “Stato discrezionale” nello “Stato normativo” (fatto sempre più evidente e percettibile) è proprio quel processo di destrutturazione formale del diritto: esso costituisce l’humus ed il concime che fa proliferare una tentazione autoritaria (quella dell’arbitrio a sfavore della norma) da sempre latente nell’animo umano (poco incline alla democrazia, per dar retta a Platone che per questo ne diffidava) e che faceva e fa tutt’oggi degenerare le forme di governo, come annotava il filosofo greco con le famose ed eleganti simmetrie: monarchia-tirannide, aristocrazia-oligarchia, e democrazia-demagogia. Mentre, però, secondo l’analisi di Fraenkel, lo Stato discrezionale si faceva strada attraverso la sospensione della norma, oggi – in questa humus culturale che potremmo definire postmoderna – non si assiste alla sospensione o soppressione della norma, bensì alla sua più totale e sfacciata elusione, proprio come se essa non ci fosse o non esistesse affatto. Questa modalità operativa è peraltro molto più pericolosa e più subdola della “sospensione” proprio perché l’assenza di aperto contrasto o violenza alle disposizioni, non è in grado di ingenerare allarmi o resistenze, in quanto non vi è la percezione del pericolo; è come se questo modus operandi deprima il sistema immunitario del vivere democratico, anestetizzando il pensiero e le coscienze. Basta esaminare (per restare in ambito comunale) la sequela di atti e provvedimenti amministrativi prodotti quotidianamente dalle amministrazioni comunali (facilmente reperibili sugli albi pretori on line), pieni di imprecisioni ed errori (sia sostanziali che formali), con scarni riferimenti normativi o senza sufficiente istruttoria procedimentale, caratterizzati, ad un attento esame di un occhio appena esperto, da carenza di motivazioni, spesso viziati di illegittimità, se non addirittura di nullità, e che, nonostante tutto ciò, non solo sopravvivono ma producono l’effetto, spesso disastroso, dei numerosi procedimenti aperti dalla Corte dei Conti con le conseguenti condanne per danno erariale; il tutto solo perché la norma è stata semplicemente elusa, ignorata, pur esistendo. E in questo vive il germe dell’arbitrio che prova così a dimostrare il proprio potere e la propria forza mediante il raggiungimento del risultato “comunque e in ogni modo”, sostenendo la validità dell’approccio sostanzialista a discapito di quello formalista (ossia il rispetto delle norme). Vedendo lo scenario in cui versa – in generale – la pubblica amministrazione (sia a livello centrale che periferico), diventa veramente difficile “tutelarsi”.

oppure
QUESTO NUMERO E’ OFFERTO DA:

