Intervista al prof. Antonio Moschetta Ordinario di Medicina Interna, Università degli Studi di Bari

di Giuseppe Dachille

Domanda che sicuramente ti hanno fatto in tanti, il ruolo dell’alimentazione oggi? 

L’alimentazione è oggi riconosciuta come uno dei principali determinanti di salute. Non si tratta più solo di soddisfare bisogni energetici o nutrizionali, ma di modulare attivamente processi metabolici, infiammatori e ormonali. Le evidenze scientifiche dimostrano che una dieta equilibrata può contribuire a prevenire patologie croniche, influenzare l’invecchiamento cellulare e migliorare la qualità della vita. 

Tumori e alimentazione, un binomio vincente 

Negli ultimi anni, numerosi studi epidemiologici e clinici hanno confermato il legame tra alimentazione e rischio oncologico. Alcuni alimenti, come verdure crucifere, frutta ricca di antiossidanti, legumi e cereali integrali, hanno dimostrato un effetto protettivo. Al contrario, un eccessivo consumo di carni lavorate, zuccheri raffinati e grassi saturi è stato associato a un aumento del rischio. La dieta, dunque, può essere uno strumento potente nella prevenzione e – in alcuni casi – nel supporto alle terapie oncologiche. 

Esistono degli alimenti cattivi e alimenti meno cattivi, scusami se li definisco in questa maniera. 

È comprensibile usare questa terminologia, anche se in ambito scientifico si preferisce parlare di “alimenti ad alto impatto metabolico negativo” e “alimenti protettivi”. Il problema non è l’alimento in sé, ma il contesto, la frequenza e la quantità. L’ultra-processamento, l’eccesso di zuccheri semplici e di sodio, l’elevato carico glicemico: questi sono i fattori che trasformano un alimento in un potenziale rischio per la salute, se consumato abitualmente. 

 La prevenzione inizia quindi dalla tavola? 

Sì, la prevenzione primaria passa in larga parte attraverso l’alimentazione. Intervenire precocemente con scelte dietetiche corrette consente di ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari, metaboliche, neurodegenerative e tumorali. L’alimentazione può modulare il microbiota intestinale, lo stato infiammatorio sistemico e la risposta immunitaria: tre pilastri fondamentali della prevenzione moderna. 

Il ruolo dell’intestino e il ruolo del fegato: chi vince in questo duello? 

Più che un duello, si tratta di una collaborazione. L’intestino è oggi considerato un organo immunologico e neuroendocrino a tutti gli effetti, grazie al suo microbiota e al ruolo nella barriera intestinale. Il fegato, invece, è il grande regolatore metabolico: detossifica, sintetizza, immagazzina. Il cosiddetto “asse intestino-fegato” è bidirezionale e fondamentale: disbiosi intestinali possono compromettere la funzionalità epatica, e viceversa. Non possiamo pensare all’uno senza l’altro. 

 Quali esami di sangue consigli ai tuoi pazienti per una sana dieta? 

Oltre ai classici esami di routine (glicemia, lipidogramma, transaminasi, emocromo), è utile valutare alcuni parametri più specifici: vitamina D, vitamina B12, folati, ferritina, omocisteina, insulinemia a digiuno e, quando indicato, markers infiammatori come la PCR ultrasensibile. In alcuni casi si valuta anche il profilo ormonale o test per la permeabilità intestinale. Gli esami devono comunque essere sempre interpretati nel contesto clinico del singolo paziente. 

 Il giovane o l’anziano: chi oggi mangia meglio? Meglio un buon ristorante o la cucina di mamma? 

Dipende molto dallo stile di vita e dal contesto socio-culturale. I giovani spesso hanno più informazioni teoriche sull’alimentazione, ma sono esposti a ritmi frenetici, abitudini disordinate e consumo eccessivo di cibo industriale. Gli anziani, pur con qualche rigidità sanno che evitare la cena resta la strategia vincente per la longevità. 

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