Antonio Bernardoni, dottore forestale specializzato in problematiche riguardanti la gestione del verde urbano e nella pianificazione e progettazione in aree protette, progettista di verde pubblico e privato. È coautore di una guida di successo sulle lame della provincia barese. Realizza con tecniche diverse opere artistiche sulla natura, esposte in mostre itineranti. È mantovano, ma vive a Bitetto da qualche decennio.
D: Ti occupi di paesaggi naturalistici diversi: da quello extraurbano – boschi, parchi naturali, lame -, a quello urbano – giardini privati, pubblici, parchi di città: salvandoli, progettandoli.
Immagino che tra le tue preoccupazioni ci sia quella della indicazione della manutenzione sulla base dei principi su cui imposti il lavoro.
Quali sono i riferimenti che usi per ideare un paesaggio determinato, in particolare i paesaggi urbani?
R: Quando ho a che fare con il paesaggio urbano, mi rifaccio sempre al concetto di “città possibile” (nome di una interessante associazione del Nord Italia degli anni ’80, da cui scaturì anche una tutt’oggi utilissima pubblicazione per chiunque si occupi di verde, dagli amministratori agli insegnanti a noi progettisti), da contrapporre alla “città impossibile”, con particolare riferimento a chi la città la vive senza automobile e con particolare riferimento alle categorie di cittadini più “sensibili”, cioè i bambini e gli anziani. Quindi un verde diffuso, comprendendo con questo termine anche le scuole e il verde condominiale, caratterizzato dalla presenza anche di piccoli spazi di quartiere fruibili dai cittadini, che permetta di produrre i servizi ecosistemici oggi sempre più richiesti e riconosciuti da tutti i cittadini: servizi ambientali (es., la regolazione del micro-clima urbano – isole di calore), servizi sociali e culturali (es., benessere psico-fisico, svago e ricreazione), benefici economici (es., i costi evitati per il disinquinamento e le spese sanitarie). In questa idea di progettazione è evidente l’importanza della scelta delle tipologie gestionali di verde, intendendo con questo termine gli alberi, gli arbusti, le erbacee tappezzanti e perenni, le aree prative – scelta che deve sempre di più considerare i cambiamenti climatici in corso, con particolare riferimento al minor dispendio possibile di acqua e alla rusticità delle specie in riferimento alla loro più bassa manutenzione possibile. Quindi, senz’altro specie autoctone adatte all’ambiente mediterraneo, adatte a sopportare periodi di siccità e resistenti ad attacchi parassitari, ma anche specie esotiche non invasive, già ampiamente in uso, che possano svolgere le stesse funzioni di quelle autoctone.
D: Che cosa vedi in giro, come viene “mantenuto” il “verde pubblico” dalle nostre parti?
R: Il problema della gestione del verde pubblico è ancora quella della mancanza di una pianificazione che permetta di stabilire le modalità e la tempistica degli interventi. Quante volte vedo potare inutilmente alberi solo perché il contratto stabilisce di potarli tutti gli anni, quando si potrebbe intervenire anche ogni 8-10 anni! Naturalmente, non va dimenticata la qualità degli interventi, effettuati spesso da maestranze non formate che non conoscono i principi basilari di potatura di un albero. La problematica della gestione, visibile e riconosciuta da tutti, sta comunque portando varie amministrazioni comunali a realizzare i censimenti ed i relativi piani di gestione/manutenzione dei loro ambiti urbani, spinte anche da normative nazionali e regionali che ne richiedono l’attuazione.
D: Coniughi il tuo lavoro di specialista di “scienze forestali” con l’ “arte del paesaggio”: attualmente stai portando in giro una tua mostra: Abbecedario degli alberi e di una lianosa.
Non si può curare il paesaggio senza una – per citare Cacciari – complementare “metafisica concreta” ?
R: Parlando specificatamente di paesaggi boscati e di verde urbano, serve necessariamente una grande esperienza di conoscenza che porta sempre di più ad amare gli alberi e a comprenderne il loro “comportamento”. Col passare degli anni io mi trovo spesso impreparato davanti a reazioni di complessi boscati o di singoli alberi ad adattamenti inaspettati di portamento o di accrescimento, di fronte a condizioni microclimatiche o pedologiche particolari, che nel caso urbano diventano adattamenti ai condizionamenti a cui noi sottoponiamo gli alberi. La necessità di rappresentare gli alberi tramite opere grafiche, diventa un modo per me di toccarli con mano.

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