Il questionario di Proust – 84

di Franco Taldone

Francesco Violante è professore associato di Storia medievale nel Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Bari “Aldo Moro”. Allievo di Giosuè Musca e Raffaele Licinio, si occupa in particolare di storia economica e sociale del Mezzogiorno medievale. Da sempre impegnato nell’attività associativa e politica, è vicepresidente dell’Associazione del Centro di studi normanno-svevi e segretario del Partito comunista italiano a Bari.

– Ti cito alcuni passi tratti da “Avventure di idee” di Alfred North Whitehead, grande logico britannico:

“La pace è l’intelligenza della tragedia e, insieme, la sua conservazione […]. La pace è l’intuizione della permanenza. Essa vede la tragedia come un fattore di vita, che persuade verso la bellezza. Ogni tragedia è il dischiudersi di un ideale […]. La tragedia non è stata invano.”. So che ti stai interessando del nesso “storia”-“pace”; credi che le considerazioni di Whitehead valgano innanzitutto per uno storico?

Le parole di Whitehead mi paiono condivisibili, quando le consideri ispirate da un principio di assunzione della realtà conflittuale propria della vicenda umana: la pace comprende, affronta la tragedia della condizione esistenziale, così come possiamo ritenere pensasse anche Eraclito. Temo tuttavia che la prospettiva di questa acquisizione di consapevolezza sia tutta nella sfera ideale, con un certo consistente rischio di non comprendere le questioni relative all’appropriazione di risorse materiali scarse e alla redistribuzione di queste risorse in società complesse, l’analisi delle quali mi pare sia il grande lascito, per nulla tramontato, del materialismo storico.

– Secondo un altro perspicace analista italiano, Mario Perniola, “la guerra come continuazione della politica” e “la politica come continuazione della guerra” sono massime che funzionavano in un mondo ormai tramontato. Oggi, è venuta meno la possibilità di individuare un nemico reale e, al contempo, la realtà sociale e individuale è altamente conflittuale, per cui – oggi – occorre un pensiero “più fine, più articolato, più flessibile di quello politico-militare e di quello ideologico”. Che cosa può fare lo storico in tal senso?

Credo che la citazione di Clausewitz sia da porre nel contesto delle guerre ottocentesche, e che ormai continuare a ispirarsi al nesso guerra-politica così come espresso nella sua opera (non una riflessione sistematica), o alla massima latina “si vis pacem, para bellum”, sia profondamente errato e presuppone una prospettiva imperialistica. La guerra interstatale è il fallimento della politica, di ogni tentativo di cooperazione armonica per risolvere, senza distruzione di risorse umane e materiali, le questioni relative alla vita umana in società. La prospettiva migliore, invece, mi sembra quella di considerare l’intero insieme delle società umane come responsabili alla pari, e per intero, di un futuro condiviso. In queste questioni la riflessione storica può svolgere, da un lato, un ruolo di analisi dei fattori scatenanti la conflittualità intra e inter sociali, di ampia raccolta di fonti al fine di produrre modelli interpretativi sempre più fini, complessi e flessibili, e poi il ruolo politico di fornire alla riflessione e all’azione pubblica elementi di consapevolezza, la prospettiva di lungo periodo dei problemi che la contemporaneità vive, con la comprensione delle differenze rispetto al passato, ma anche all’analogia di alcune dinamiche.

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