Il questionario di Proust – 89

di Franco Taldone

Renato Iannì, allievo di Eduardo De Filippo. Con il maestro ha pubblicato il testo “Un pugno d’acqua”. Ha partecipato alla stesura di  “Eduardo De Filippo, lezioni di teatro”, entrambi  editi da Einaudi. Critico teatrale, docente di Lettere e Teatro, regista del Teatro Stabile di Biella, ha messo in scena oltre 30 spettacoli. 

D: Ricorderai certamente lo spavento di Calvino in una sua “lezione americana” per l’attuale “pestilenza del linguaggio”, e l’indicazione della “letteratura” come relativo “antidoto”. Il teatro può (ancora) essere una pratica letteraria di, come diceva Jabès, “sovversione non sospetta”? 

R: Il teatro deve essere una sovversione o, meglio, un antidoto. Non importa se lo faccia in modo sospetto o meno. L’origine greca del suo nome vuol dire ‘guardare’, e il termine si riferisce al pubblico, che fa teatro con la sua stessa presenza. Eduardo scriveva “Quanto teatro in giro! E quanto poco se ne vede in teatro di teatro…”. Aveva ed ha ancora ragione, perché il teatro vero è strettamente legato alla società, ne è l’anima rivoluzionaria ed inclusiva. Il suo linguaggio deve essere quello della comprensione, ma mai della banalità. Ero suo allievo nella sua Scuola di drammaturgia e un giorno gli portai la stesura di una scena che avevo elaborato con estrema attenzione al linguaggio più raffinato. Lui ascoltò e poi mi disse: “Secondo te, tra il  pubblico di un teatro ci può essere un cogl…ne?”. Io, ovviamente, risposi di sì. E lui: “Ricorda che anche lui ha pagato e deve capire”. Riscrissi tutto, badando più all’aspetto comunicativo che all’estetica del  linguaggio. Oggi, però, il linguaggio scenico sta crollando al di sotto delle intenzioni comunicative: è cabaret fine a se stesso e si ferma alla risata, senza penetrare nell’intimo dell’anima civile. 

D: Ricordo che Eduardo suggeriva soluzioni radicali perché il teatro (ri)abbia quegli effetti “sovversivi non sospetti”. Che cosa avrebbe detto oggi?  

R: Le soluzioni sono le stesse da utilizzare contro ogni violenza retrograda e inumana, da quella contro le donne, i popoli inermi, la stessa cultura. Eduardo diceva: “Guardate la realtà, la gente per strada… La realtà  parla, e voi datele voce”. La realtà chiede anche aiuto e il teatro, che è la forma più completa dell’arte, in quanto sintesi ed esplosione di ogni arte, deve essere in prima linea; politicamente attivo, ma non fazioso;  severo, ma non cinico; accogliente, nella sua sincerità senza censure. L’unica censura che ammetteva era quella dell’onestà e del senso civile. Non avrebbe di certo difeso un qualsiasi Effe di turno; non lo avrebbe neanche citato; lo avrebbe cancellato ignorandolo, e sarebbe stato sì, rivoluzionario, perché a lui non interessavano le mode o l’auditel, ma l’uomo, senza usarne le fragilità per i propri interessi. Una volta ricevette una telefonata: “Pronto, parlo con Eduardo? Sono la televisione (allora c’era solo la Rai)”. Lui  rispose: “Attenda un attimo: la metto in comunicazione con il frigorifero”. 

D: Hai una lunga, larga e profonda esperienza della realtà teatrale italiana. Com’è oggi, mediamente, la situazione a livello “locale”? 

R: Se il teatro è un’entità astratta e multiforme, la messa in scena è vita, un mosaico con le più variegate sfaccettature, ma non sempre un’opera d’arte. Il teatro prende vita quando regista-attori-pubblico si fondono in una comune esperienza: da questo insieme nasce o muore tutto. In Italia, accanto a un teatro vitale, troviamo uno pseudonimo avariato, che punta agli incassi, si serve di attori dalla mediocrità mediatica del divo internet-cinema-tv, utilizza testi “piaciosi” (scusate il neologismo). La gente è spesso disabituata alla crescita personale (si punta ancora all’agri-allevamento: coltivazione di pecore), è  annebbiata da una politica terrorizzata dalla conoscenza, tranne di quella dell’antica Roma, del “panem et circenses” del “falli ridere e mangiare: li avrai in mano senza problemi”. L’aggravante è il fatto che oggi c’è  troppo “circenses” e poco “panem”, ma la gente è capace di saziarsi con le risate, dimenticando anche di aver diritto al lavoro e alla scuola, alla salute e a una giustizia che sia veramente uguale per tutti. Il teatro, quello vero, resiste, come un’oasi nel deserto che, nonostante l’inferno rovente, offre ancora la freschezza di verità e speranze che, per fortuna, trovano ancora chi le difende. 

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